I Podcast di Vitaminic: 90 Minutes In The Mix

Giorgio Valletta | 30/11/2007

Torna dopo un mesetto di pausa -ma prometto, d’ora in poi sarà molto più regolare- “90 Minutes In The Mix”, con ospite nella mezz’ora finale il duo tedesco Pan-Pot in uno speciale “BogotaBoogyBeats mix”. Nella prima ora invece, alcuni degli groove più freschi e interessanti, dal già classico remix di Carl Craig per Tony Allen al nuovo Will Saul vs Wahoo, dalla collaborazione di Marc Romboy con Gui Boratto all’epico remix dei Tiefschwarz su una traccia old school di Phuture.

90 minutes in the mix” 30/11/07 (numero quattordici)
1. Tony Allen KILODE (a remix by Carl Craig)
2. Will Saul MBIRA (Wahoo remix)
3. Attias ANALYSIS
4. 3 Channels presents Catz N Dogz FIXATION
5. Audiojack ENTER THE DRUM
6. CLONES 10
7. Phuture RISE FROM YOUR GRAVE (Tiefschwarz remix)
8. Daniel Mehlart DER TONKOPFREINIGER
9. Marc Romboy vs Gui Boratto EURASIA (Gui’s mix)
 
Pan-Pot BogotaBoogyBeats mix
10. Pan-Pot MOVING SPACES
11. Argenis Brito DISCONNECT
12. Phonique BANG
13. Marc Houle TECHNO VOCALS
14. Jitzu, Sire G  CYCLETTE

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Blonde Redhead Contest!

Redazione | 30/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/blonde-redhead-2007.pngIl contest è chiuso :(

Se siete dalle parti di Modena e non vedete l’ora di perdervi nella curiosa mistura di generi del nostro trio italo-nipponico del cuore, non potete perdere la data dei Blonde Redhead, mercoledì 5 dicembre al Vox di Nonantola (MO). Specie che naturalmente vi paghiamo noi il biglietto! Come vincere? Semplicissimo. Al solito, (scriveteci) vitaminicontest (at) gmail (dot) com con la risposta a questa domanda: qualè il primo album dei Blonde Redhead a essere stato prodotto da un membro dei Fugazi? Prima di scriverci, ci raccomandiamo, date un’occhiata attenta alle Contest FAQ.

(in collaborazione con il Vox)

(also introducing: per essere sempre allertati in tempo sui contest di Vitaminic, iscrivetevi al nostro Twitter! Ogni volta che mettiamo dei premi online lo aggiorneremo e voi non perderete mai più la chance di fiondarvici sopra…)

I Podcast di Vitaminic: I Can Do It In The Mix

Giorgio Valletta | 30/11/2007

Anche in questa puntata di “I Can Do It In The Mix” c’è musica fresca e per gusti vari, dall’estetica rock dei Les Savy Fav a quella hip hop di Nas e Lupe Fiasco, dal cupo dubstep di Burial ai suoni anni ‘80 dei Chromeo e di Grovesnor (ex componente dei primi Hot Chip), oltre al formidabile nuovo singolo di Snoop Dogg e una cover dal catalogo Smiths ad opera di Scott Matthews. Il finale è invece dedicato a Michael Fakesch, ex-Funkstorung in questi giorni in Italia (Roma, Init Club, il 30 novembre) per presentare il suo album solista “Dos”.

Come sempre…buon ascolto!

I can do it in the mix” 30/11/07 (numero trentasei)
1. Scott Matthews THE BOY WITH THE THORN IN HIS SIDE
2. The Killers feat. Lou Reed TRANQUILIZE
3. Les Savy Fav PATTY LEE 
4. Nas feat. Cee-Lo  LESS THAN AN HOUR
5. Lupe Fiasco DUMB IT DOWN
6. Radiohead JIGSAW FALLING INTO PLACE
7. Gorillaz HONG KONG  
8. Burial SHELL OF LIGHT
9. Grovesnor NITEMOVES
10. Tacks, The Boy Disaster FROZEN FEET 
11. Andrew Bird PLASTICITIES
12. Jill Scott HOW IT MAKE YOU FEEL 
13. Snoop Dogg SEXUAL ERUPTION
14. Chromeo BONAFIED LOVIN
15. Michael Fakesch SODA
(intervista a Michael Fakesch)
16. Michael Fakesch COMPLICATED

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Beatles, Hitler e cioccolato

Francesco Locane | 29/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/across-the-universe.jpgOttava puntata di Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Come ogni martedì, in diretta etere e streaming su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna, due orette dedicate alla settima arte, innaffiate, questa volta, da vino e cheesecake.

I pur sempre validi Tommaso Simili, Luciana Apicella e lo scrivente Francesco Locane, questa volta hanno avuto come ospite Paolo, che li ha omaggiati di una rivista a cui lavora, compensando così la mancanza di alcool – per modo di dire, visto che un par di bottigliozze non mancano mai nei nostri capienti studi.

Abbiamo iniziato parlando non di cinema direttamente ma di Star! Il grande gioco del cinema, un gioco da tavola creato in casa e distribuito da poco. Ne abbiamo saputo di più dal suo inventore, Fabrizio, e da Nicoletta della Libreria Trame, uno dei punti vendita che ha il gioco suddetto.

Poi abbiamo parlato di Across the Universe, di Julie Taymor: noi, appassionatissimi dei Fab Four, ne eravamo terrorizzati, ma il film supera pienamente la prova, con molta fantasia e con dei riarrangiamenti discreti ma per lo più efficaci delle canzoni dei Beatles.

Dopo la pausa di metà puntata è venuto il momento del duro mestiere del critico: Tommy è andato a vedere Lezioni di cioccolato, di Claudio Cupellini, e sarebbe ingrassato di alcuni chili, se il nervoso che gli ha fatto venire il film non l’avesse riportato a forza al suo peso forma.

Siccome non ci facciamo mai mancare niente, la dottoressa Zoofilia, nella sua rubrica Non è una cosa serial, ci ha dato le anticipazioni sulle nuove serie tv che partiranno prossimamente e ci ha anche spiegato che il backdoor pilot non è una pratica sessuale.

Infine, abbiamo accennato in chiusura di puntata, a Mein Führer – La veramente vera verità su Adolf Hitler, di Daniel Levi, un film che ha fatto molto discutere non solo la Germania, da cui proviene, ma anche la nostra redazione. Io e la Papessa a favore, Tommaso contro. Così, tanto per essere stringati.

E come per magia è sopraggiunta l’ora della fine. Ma non preoccupatevi, martedì prossimo saremo puntuali per un’altra puntata: se volete scriverci o venire ad assistere live alla trasmissione: secondavisione@hotmail.com.

Bonnie ‘Prince’ Billy: Ask Forgiveness (Drag City)

Nicolas Campagnari | 29/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/r-1142289-1195480320.jpegNon mostra spaccature l’impianto interpretativo del mito vivente Bonnie ‘Prince’ Billy, anche quando le composizioni non vengono dalla sua penna o dalla sua chitarra. Del resto chi già si era fatto ammaliare dalla generosa accoppiata tra lui e i post rockers Tortoise – e io sono tra quelli – si era reso conto delle capacità immense da parte dell’ex Palace Music, nel saper decontestualizzare brani noti e svenduti, e trasformarli in vere e proprie Will Oldham’s songs.
In Ask Forgiveness tutto ruota attorno all’asse tracciato dai due pezzi killer Am I Demon di Danzig e The World’s Greatest di R. Kelly, ovvero quelli che, nella loro versione originale, meno sembrano avere a che fare con il taciturno e riservato cantautore americano.
Invece è come se Will avesse delegato questi due canzoni ad altri perché non in grado di esplicitarle, troppo volute troppo desiderate. Sono convinto che quando canta in Am I demon “Am I beast or/Am I human/Am I just like you […]Am I demon/You need to know” ci crede veramente. Oppure quando nel ritornello della sua asciutta ed essenziale versione di The World’s Greatest – a dispetto dell’opulento ed tronfio originale – declama: “I’m that star up in the sky/I’m that mountain peak up high/Hey, I made it/I’m the worlds greatest/And I’m that little bit of hope”, non si può dargli torto.
Da citare almeno la rivitazione della sempre commovente I’ve Seen It All della Bjork cinematografica di Dancer in the Dark.
Ma ora basta ciarlare, correte subito a procurarvelo, fate conto che sia il vostro primo regalo di Natale.

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 28/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/42logo.thumbnail.jpgEccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
La settimana scorsa Enzo e LaFagotta hanno scoperto di trasmettere in diretta dalla Casa di Riposo “Bum Bum Chap”, hanno dato il benvenuto alla 42 Records suonandone la compilation di debutto 42 More Songs, e anche se la plancia di comando della regia li ha abbandonati sul più bello, non hanno perso la fiducia nelle macchine grazie al Baustellometro e a Max, in collegamento telefonico dai suoi luminosi laboratori milanesi.
Questa la scaletta della serata:

The National – Apartment Story
Broken Social Scene presents Kevin Drew – TBTF
Prefuse 73 – Class of 73 Bells
Club 8 – Whatever You Want
Fake P – Bele Legs
(collegamento telefonico per “Il Baustellometro” di Max)
Le Man Avec Les Lunettes – Aging Again
Tender Forever – How Many
Shugo Tokumaru – Young Folks
Bob Corn – The Hottest Autumn Ever
Shout Out Louds – Your Parents Livingroom
Settlefish – I Go Quixotic

Scarica la puntata in mp3

oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Cross the Line #7 Beck/Chris Ware

Costanza Baldini | 28/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/jimmyspread1.jpg

Chris Ware, è un autore purtroppo ancora inedito in Italia. Ha in più occasioni dichiarato di non essersi ispirato a nessun fumetto realizzato dopo il 1930. Il fumetto in quegli anni avrebbe smesso di sperimentare le sue potenzialità troppo presto per adeguarsi al linguaggio del cinema. Secondo Ware ‘I primi disegnatori dimostravano una propria sensibilità e un’idea personale di quello che stavano facendo e di come andava progettata la tavola. Quel che ho imparato da loro è che ci sono infiniti modi di fare fumetto”. Cosi Ware ha idealmente continuato l’opera di sperimentazione dei pionieri di cui è anche un instancabile collezionista, infischiandosene delle convenzioni linguistiche e della forma codificata che i comics hanno assunto nel tempo. Franklin Christenson Ware è un uomo timido e solitario, nel ‘92 Art Spiegelman gli propone di pubblicare i suoi fumetti su RAW. Nel 1993 comincia a pubblicare gli albi della ACME Novelty Library (16 numeri a oggi), per Fantagraphics ed è lì che prendono vita i personaggi che lo hanno reso celebre: Jimmy Corrigan e Quimby the Mouse. Jimmy Corrigan (The Smartest Kid on Heart), il suo lavoro più noto e più premiato, racconta le vicende di un uomo paralizzato dalla paura di non piacere agli altri. La caratteristica principale delle opere di Ware è l’attenzione maniacale per qualsiasi aspetto del book design. Nelle sue mani il libro a fumetti diventa un vero oggetto d’arte, pieno di invenzioni grafiche e narrative. Spesso, all’interno si trovano finti test scolastici, parodie delle pubblicità dei comic book, diagrammi che riassumono le origini dei protagonisti della storia. Jimmy Corrigan è ambientato a Chicago e riassume la storia di tre generazioni. — Continua a leggere

Nina Nastasia + Jim White @ Init, Roma (24/11/07)

Daniele Giovannini | 27/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/nina_nastasia.jpgLa riapertura dell’Init è una boccata di ossigeno nel panorama musicale romano, mai povero ma sempre prossimo all’asfissia. È stata una buona notizia anche grazie ai buoni nomi nel calendario del mese passato o a quelli in arrivo. Anche se penalizzato dall’inadeguatezza acustica di fondo comune a tutte le venue cittadine, l’Init offre quel giusto grado di comfort che rende piacevole presentarsi in anticipo, chiacchierare subito fuori con una birra in mano e vedere Nina Nastasia arrivare ed entrare appena qualche minuto dopo di noi, sorridente. L’interno in penombra, il pubblico che si infittiva come la nebbia, che neanche te ne accorgevi. Solo nel momento di massima distensione e pace mentale è arrivata sul palco Nina Nastasia. Jim White, in principio, era come un’ombra. Un’ombra proiettata poco più in là, chiaramente non appartenente alla voce di Nina ma in qualche modo a lei collegata. C’è quel video famoso di Walk This Way in cui gli Aerosmith suonano accanto ai Run DMC, separati da un muro che viene presto abbattuto. Nonostante l’ambiente e i toni fossero del tutto differenti, la distanza percepita tra gli universi personali di Nina Nastasia e Jim White era simile. Appianata in You Follow Me dall’assenza della dimensione visiva, nel live colpiva attraverso la separazione acustica e fisica. La distanza era tangibile, misurabile a spanne o attraverso il tempo in cui il suono delle di lei corde raggiungevano la di lui batteria e viceversa. Ma al tempo stesso c’era l’abbattimento del muro: lo sporadico contatto visivo tra i due angoli del palco, l’azione a distanza, il gioco di equilibri e tensioni tra i frattali ritmici incessanti di Jim White e l’immediatezza soffice delle tessiture vocali di Nina Nastasia. Ci si aspettava che il contributo di White sarebbe stato qualcosa di essenziale, non come quello di Todd Trainer durante le esibizioni di Scout Niblett — contributo che, seppur pregevole, sembrava aggiungere poco a quanto già espresso dall’anima cantautoriale della coppia. I due hanno preso a piene mani dal loro album — lei sonnacchiosa e distaccata, lui massiccio e con lo sguardo fisso, minaccioso, prima sul fonico, poi su pochi membri scelti del pubblico. I mormorii dilatati e graffianti dei nuovi brani erano come spinti verso l’alto, e riafferrati al volo, da ogni giro ritmico di White; ogni sincope folle e coreografica rilanciava un testo fatto di metafore e conversazioni, o uno strofinio di corde preannunciato da un sobrio istante di testa reclinata e drammaticità soffusa. Ascoltare Nina Nastasia lasciare indietro Jim White per una volta almeno e recuperare Stormy Weather, che è una delle cose che in assoluto mi porta più vicino alle lacrime, è stato sì meraviglioso ma al tempo stesso ha rappresentato una momentanea chiusura, come i libri pop-up quando le pagine si riavvicinano e le immagini in rilievo tornano ad appiattirsi. Perché era la distanza dielettrica l’elemento in cui, per simpatia alchemica, si incontravano e procreavano il folk-rock sempre perfetto e sempre trasversale di Nina Nastasia e l’accuratissimo ma estroso alternarsi di spazzole e mallet di Jim White. Al termine del bis, strappato a forza di applausi ma prolungatosi poi a tre brani, il senso di completezza e perfezione era nell’aria.

Visita il MySpace di Nina Nastasia
Visita il sito dell’Init
(Fotografia di someone stole my name: Nina Nastasia ospite dell’ATP organizzato dai Dirty Three).

To Kill a Petty Bourgeoisie: The Patron

Margherita Ferrari | 27/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/922522.jpgThe Patron è un disco squisitamente mortuario.
L’avevo percepito durante i primi ascolti distratti; qualche ora fa ne ho avuto la conferma ufficiale. John Bonham era disceso tra i vivi per una passeggiata e ha fatto una gentile deviazione per prendermi a calci. Ha poi chiarito i miei dubbi, affermando che nell’Oltretomba i To Kill a Petty Bourgeoisie vanno alla grande.
Tutto ciò mi tranquillizza. Questa mattina stavo ascoltando The Patron in stazione. Per qualche istante ho lasciato che l’album prendesse il sopravvento sulla mia tenace razionalità.
E’ stata senza dubbio un’esperienza metafisica di rilievo. Temevo si trattasse di un qualche effetto deleterio della caffeina.
Non preoccupatevi dunque se durante l’ascolto di The Patron vi sembrerà di essere fuoriusciti dal vostro corpo. E’ del tutto normale, poiché per una cinquantina di minuti vi comporterete proprio come se foste morti. Questo è per certi versi un effetto collaterale del disco, ma vi potrà essere utile nel caso in cui la vostra materia di studio preferita fosse l’escatologia.
The Patron, debutto su lunga distanza del duo di Minneapolis, si compone di un’ampia gamma di atmosfere cosmiche ed estranianti, ed è ovviamente marchiato Kranky. Quello dei To Kill a Petty Bougeoisie è un dream pop ricoperto da stratificazioni di elettronica noise, in cui compaiono rimandi più o meno espliciti ai Portishead e ai Charalambides più dilatati.
The Patron ruota attorno ad un improbabile binomio. A fondersi, di fronte ai nostri occhi stanchi, sono dei vocalizzi degni di una sirena ed un insieme di rumori ipnotici, estrapolati da scenari urbani brulicanti di vita disumanizzata.
Amo quest’album perché è carico di tensione e placidamente tragico, come la morte per assideramento.
Se credete che un colorito cianotico potrebbe donarvi e non siete dei deprecabili emo, The Patron è senza dubbio il disco per voi.

Visita il MySpace dei To Kill a Petty Bourgeoisie
Guarda il mortuario video di The Man With the Shovel, Is the Man I’m Going To Marry

Chelsea Hotel

Corrado Nuccini | 27/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/claudioedingerchelsea.jpgC’è un posto a New York. E’ il Chelsea Hotel. In molti hanno vissuto lì. Poeti, girovaghi, musicisti e squattrinati hanno tutti trascorso giornate in quelle stanze, componendo, scrivendo, cazzeggiando, filmando, amandosi e morendo nei dodici piani dell’edificio che sorge sulla 23ª. In origine era un grande condominio. Anche se la parola inganna. Era un posto per ricchi dove dietro il tetro mix di art decò e gotico delle facciate si svelava il lusso sensuale degli appartamenti. Era al centro di una strada molto in voga. C’era l’Opera House Palace, la Pike’s Opera House e il Proctor’s Theater. Ma le cose prendono spesso altre pieghe e il declino fu rapido. Stava nascendo sulla 40ª il Teatro Empire, primo tassello della futura Broadway. La 23ª cadde nel dimenticatoio diventando riserva di lottizzatori e speculatori. Nel 1903, dopo il fallimento della cooperativa che gestiva il condominio, il Chelsea fu così trasformato in un hotel. Oggi si può affermare che quel declino abbia significato la sua fortuna. La gloria dimenticata del palazzo affascinò diversi artisti che ne fecero la loro casa, rendendo il luogo immortale.

Raccontare in poche parole gli avvenimenti che gravarono intorno al Chelsea Hotel è impossibile. Si devono fare delle scelte. E così questa che racconto è una delle tante storie. I protagonisti, gente comune. Dal nome di Andy Warhol, Bob Dylan e Edie Sedwick. — Continua a leggere

Ascolta in anteprima la versione di Chelsea Hotel di Luca dei Julie's Haircut.

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