Polly Paulusma @ Circolo degli Artisti, Roma (26/10/2007)
Non avevo forse mai davvero visto Polly Paulusma. D’altra parte, non è mai davvero necessario vedere qualcuno se ciò che realmente occorre e soddisfa è ascoltarlo. Polly era un ritratto appena accennato sulla copertina del bellissimo Scissors in My Pocket e metà viso nell’ultimo Fingers & Thumbs, album in cui quella sua certa esuberanza inglese ha preso una direzione elettrica senza però lasciare indietro gli anni Settanta di Carole King e Joni Mitchell. È entrata insolitamente presto, quando la sala del Circolo degli Artisti era più che vuota. Indossava un vestitino rosso ed era sola. Al centro del palco un tappeto e sul tappeto, a semicerchio, posate le sue tre chitarre — che, si sarebbe scoperto, erano in affitto. Ha iniziato subito, lanciando sguardi rapidi quasi a ciascun membro del poco numeroso pubblico. Per una volta, una volta almeno, anche in un posto come il Circolo si è avuta la giusta intimità. Di quella che non c’è da stare a descrivere a parole, di quella che è inutile parlarne, che non serve, che la fai solo apparire patetica. Polly Paulusma non aveva niente del glamour di molte sue foto promozionali. Vederla così musicalmente nuda l’ha riportata in quella dimensione folk che non solo le spetta di diritto ma che permette anche di apprezzarla al meglio. I brani proposti sono stati scelti dai due album e alternati con cura, con arrangiamenti adatti all’ambiente e all’occasione. One Day, per esempio, è stata eseguita con la sola tastiera e rallentata all’inverosimile, mentre la voce arrivava piena e vellutata come mai l’avremmo immaginata, scandendo ogni singolo verso, accarezzandolo e accompagnandolo verso l’alto come si potrebbe fare con un uccello che viene liberato. Tra le tre chitarre ce n’era una elettrica, per le cose da Fingers & Thumbs, come una meravigliosa Back to the Start con il coro del pubblico. Il meglio però è giunto sempre da Scissors in My Pocket: Mea Culpa su richiesta, She Moves in Secret Ways, tutto il resto. Vederla finire con I Was Made to Love You e un unico bis ha fatto quasi male. Perché era così cantautrice e così mamma, con la figlia e il marito da qualche parte a Roma, le scarpine su cui si alzava in punta di piedi e le sue chitarre in affitto.
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