16 ottobre 2007

Le passanti

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/10/1586865103_99de0ca8d2.thumbnail.jpgMia madre canta spesso. In macchina o mentre fa le pulizie. E quando canta, canta bene. Ha una voce potente ed intonata. Può succedere che confonda le parole ma non le sostituisce mai con vocali . Ne inventa altre. Piccole variazioni che passano inosservate e si insinuano come interpolazioni nei testi originali. La cruna dell’ago ed il cammello, per intenderci. Ecco allora che escono liriche come “Se stasera sono qui è perché so camminare” oppure “E con le mani amore, per le mani ti legherò”. Tutto con un certo stile.

Mia madre canta ingenuamente. E quindi c’è da fare attenzione. Non distingue la canzone d’autore dagli scarti radiofonici. Alterna capolavori come “Vedrai Vedrai” di Tenco a “Tropicana” del Gruppo Italiano passando per qualche porcheria di Mango, dei Ciao Fellini o dei Righeira, confusi e nascosti tra le migliori cose di Gino Paoli, Bruno Martino e Fabrizio De Andrè. Tutto con una certa creatività.

Durante l’estate, a casa da scuola, la sentivo duettare con la radio. Aveva una serie variabile di preferenze. Dalla sua hit parade uscivano selezioni spiazzanti. Ricordo due versi. Dolcissimi e malinconici. “Si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere“. Forse nemmeno sapeva di chi erano quelle parole. Di sicuro non io.


[...]

Con Marica parliamo di musica. Ci scambiamo spesso canzoni. L’altro giorno voleva mandarmi un pezzo di De Andrè ma non si ricordava il titolo. S’è presa del tempo prima di dirmi il nome e l’album che conteneva la canzone.

«Conosci “le passanti” ?» mi chiede.
«No. Me la puoi far sentire?» rispondo.
«Sta nell’album “Canzoni”».
«Non ce l’ho nel computer, però ti posso mandare il testo».
«Basta quello per capire».

L’ho letto d’un fiato. Finché incrocio le parole che hanno per me la voce di mia madre. “Le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere”. Piovute dal cielo così nello scroscio imprevisto di un déjà vu.

«Domani compro il disco» dico.
«Così si fa» risponde lei.

Entro alla Ricordi vicino a Piazza Grande, Modena. Cerco la pila dei dischi di De Andrè. Trovo molte collezioni di successi, live e tributi. Ma pochi album in studio.Nonostante questo trovo quel che cerco. In copertina c’è una bella foto di Fabrizio e un titolo lapidario “Canzoni”. Semplice e diretto. Come il mio desiderio di ascoltare quella traccia che incomincia così:

Io dedico questa canzone / ad ogni donna pensata come amore / in un attimo di libertà“.

Non c’è dubbio. E’ la voce di De Andrè. Quella profonda, pastosa, inarrivabile. E la canzone è bellissima. “Le passanti”. Mia nuova ossessione. Voglio sapere tutto. Nel booklet c’è scritto che è un pezzo di Georges Brassens. Ma chi è?

Su wikipedia trovo la sua scheda. Chansonnier francese “autore di numerose canzoni, talune sentimentali e malinconiche”. Su youtube trovo un video della canzone originale. Non mi serve troppa fantasia per capire che Georges assomiglia a Gino Paoli con più capelli e qualche parente in Grecia. Apprendo del suo carattere scontroso, motivo per cui De Andrè rinunciò a conoscerlo. Primo incontro mancato.

Ma non è finita. Il testo della canzone non è suo. E’ di un poeta francese, Antoine Pol. Nuova ricerca, nuove sorprese. Antoine è di un’altra generazione. Tanto che partecipa alla Prima Guerra Mondiale come Capitano d’Artiglieria. In seguito lavora nelle miniere di carbone dell’Alsazia. Alla fine della seconda guerra mondiale diventa Presidente del Sindacato Centrale degli importatori di carbone. Per tutta la vita scrive e compone liriche come “Les passantes”.

Il poeta Antoine Pol resta nell’ombra fino al giorno in cui Brassens legge questa poesia e se ne innamora. Chiede il permesso di musicarla. Lui acconsente. Prima però fissano un appuntamento per conoscersi. Ma Antoine, che all’epoca aveva ottantacinque anni, muore una settimana prima del loro incontro. Storia maledettamente perfetta per una canzone magica. Nonché il secondo appuntamento mancato. A questo punto mi chiedo: è giusto credere alle fatalità?

Direi proprio di sì. Perché ci sarà un senso se ora mi ritrovo a scrivere davanti all’immagine di mia madre che canta una strofa rubata da un testo che Marica ha riesumato e che De Andrè ha tradotto da Brassens ispirato da una poesia di Antoine Pol il quale morì prima di spiegare il mistero di quelle parole. No. Non possono essere solo coincidenze.

Un testo che parla di incontri. Ritrovi importanti, appuntamenti mancati. Un lento procedere verso ciò che si è avuto e perso. Come se il solo amore che non si consuma sia quello che vive nel ricordo di tutte le belle passanti. Con quel carico di sensazioni, passioni, rimorsi che portano con sé.

Perché il desiderio corteggia quasi sempre l’assenza.

Mia madre cantichicchiando quel brano, con l’aspirapolvere acceso, voleva dirmi molto più di quanto avessi recepito allora. Oggi è molto più chiaro.

Rivedo ora tutte le passanti. Dalla “compagna di viaggio che ho fatto scendere senza seguirla / senza averle sfiorato la mano. A quella che ho conosciuta appena / non c’era tempo e valeva la pena / di perderci un secolo in più. A quelle che sono già prese / e che vivendo delle ore deluse / con un uomo ormai troppo cambiato / ti hanno lasciato, inutile pazzia / vedere il fondo della malinconia”.

A loro e a tutte le altre donne “pensate come amore” dedico il mio primo privatissimo rituale.

….

De Andrè su YouTube
Brassens su YouTube
Foto di Matteo Serri

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Playlist

  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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