Questa settimana arrivano per la prima volta in Italia i Fanfarlo, e se la notizia vi elettrizza allora “siete tra i pochi outsider che ci capiscono”. Recita proprio così, infatti, il titolo del secondo singolo di questa band londinese (ma con cantante svedese), pubblicato la scorsa primavera e che ha avuto l’onore di essere recensito niente meno che da David Bowie: “Fanfarlo have that particular knack of being able to create uplifting music that’s blessed with a delicious melancholia at the same time”.
I Fanfarlo sono stati da subito accostato agli Arcade Fire per l’identico amore verso un pop orchestrale e trascinante al tempo stesso, dagli spazi ampi e arrangiamenti sontuosi. Violini, trombe, mandolini, glockenspiel, chitarre eleganti e vecchi organi coperti di polvere: tutto corre dentro canzoni che vibrano della stessa energia liturgica di Clap Your Hands Say Yeah o Neutral Milk Hotel. E se Tuesday riecheggia Radiohead d’altri tempi, Fire Escape parte con quella che ha tutta l’aria di una citazione dai Grandaddy, mentre in una ghost track viene reso omaggio anche a Daniel Johnston, con una pastorale cover di Devil’s Town.
Ad accompagnare i Fanfarlo per queste prime quattro date nel nostro Paese saranno gli A Classic Education, band che vede in formazione alcuni elementi dei nostri Settlefish e che sotto il profilo musicale mostra più di una affinità con il sestetto britannico.
Quest’anno, dopo appena una manciata di date dal vivo, gli A Classic Education hanno avuto l’opportunità di aprire per gruppi del calibro di Modest Mouse, Arcade Fire e Giardini Di Mirò. Già al terzo concerto la band è stata chiamata al White Heat, prestigiosa serata di Londra dove ha conosciuto e suonato con i Fanfarlo, e dove è nata l’idea del tour italiano assieme.
Queste le date:
Da un cerchio di alberi che si stringono al mare di notte, i Cavalli di Seattle si gettano nelle dolcezze e nelle miserie di un pop più convenzionale rispetto al loro debutto. Sotto la voce di Bridwell, un po’ Neil Young ed un po’ James Mercer così come ci siamo abituati a conoscerlo, gli arrangiamenti si distendono e si diramano come se una spazzola gli passasse attraverso. Everything all The Time non è così lontano, ma il “tutto insieme” dell’anno scorso ha fatto due passi indietro, tirato dal morso di un songwriting che concede meno all’impeto e più alla precisione della composizione (la parabola in effetti sembra molto simile a quella degli Shins). Country, folk e pop ancora una volta tra la città e la provincia, Cease To Begin prosegue per sottrazione sulla strada del suo predecessore ma non coinvolge altrettanto — fatta eccezione per Cigarettes, Wedding Bands e No One’s Gonna Love You. C’è chi dice che abbiano perso lo smalto e chi dice che i Band of Horses siano i nuovi Coldplay. Noi? Noi ci limitiamo a farvi ascoltare due brani. Neutrali. Obbiettivi. Mascheriamo un po’ di delusione.
A un certo punto finisce I want candy degli Strangeloves e questa compilation ruvida, monocromatica, inchiodata ai pavimenti degli scantinati più oscuri del rock’n'roll, si colora della voce di Marc Bolan. Soltanto un paio di fotogrammi di quelle scenografie prima bucoliche poi sempre più sintetiche, un accenno di riff di chitarra e un paio di acuti di quella voce tremolante bastano per ricordarmi che delle dipartite traumatiche del rock questa è una di quelle che mi provoca la fitta di dolore più difficile da ricacciare dentro, anche adesso che i dischi del guerriero elettrico sono finiti impilati da qualche parte, inascoltati da anni, ma d’altra parte le menti ossessionate dal suono vivono di questi riflussi, di queste repentine riaperture di vecchi cassetti e guinzagli che si accorciano improvvisamente, sarà la storia che viene a reclamare il suo tributo o magari solo un disegno sonoro universale colto nell’atto del dispiegamento, fotografia scattata da Andy Weatherall che di ere geologiche delle musica ne ha attraversate anche lui un paio e che da pioniere della sintesi Madcuniana ricostruisce la genealogia degli ibridi che hanno infettato il rock’n'roll a partire dalla prima isteria rock-a-billy e dalla rivoluzione chitarristica di Link Wray, il crazy beat di Gene Vincent, i futuri Nuggets, il loop sotto la voce di Mark E. Smith che rotola in uno dei pezzi più belli dei Fall (Big New Prinz), le chitarre insanguinate dei Killing Joke e l’inevitabile New Kind of Kick dei Cramps. Nessuno meglio di loro avrebbe potuto celebrare questa cerimonia pagana di infima fantascienza sonora che partendo dalle prime linee dell’avanguardia techno (Soma Records) si è spinta indietro alla ricerca di quel battito sotterraneo che da quando le chitarre hanno iniziato a ruggire non ha mai smesso di pulsarci addosso.
Uno sperimentalismo dai toni infantili e una tortuosità allucinogena sono tratti distintivi difficili da mantenere. La sfida infatti non è abbandonarli come uscendo da un bozzolo di seta ma rimanervi aderenti — riuscire a farlo ora, in un 2007 di musicisti bambini e disillusione, dopo quattordici anni di dischi memorabili e di atmosfere inequivocabilmente proprie. Così eccoci ad accogliere The Moving Frontier, a quatto anni di distanza dall’ultimo mediocre Dark Island, come si accoglierebbe il più giovane degli ospiti di quell’orfanotrofio spettrale che è l’ambiente naturale dei troppo spesso dimenticati Pram. Li vediamo riemergere dalle nebbie mitiche della Birmingham dei Broadcast e dalle trame sonore da BBC Radiophonic Workshop: neri, anonimi e farseschi. Il loro gusto cinematografico si è spostato indietro nel tempo, ponendo di nuovo in prima fila gli ottoni e la sopraffazione strumentale della voce di Rosie Cuckston, recuperando un’estetica da colonna sonora degli anni Sessanta e spazzando parte del loro deciduo cerebralismo avant-garde. Lo stupore è grande mentre uno dopo l’altro si dilatano i brani, immagini fuori fuoco, evocate da quelle ninne-nanne abissali. Sono Pram lentissimi, sorretti dal theremin e dai tamburi di una qualche orchestra di gnomi, dai fiati rochi, dal clarinetto, da un’elettronica fatta di carne e ossa. In The Moving Frontier risorge il loro animo umano. Nel mezzo del pulsare drammatico compaiono sempre più spesso richiami a un’infanzia che non è più solo quella dell’angoscia muta, delle immagini distorte e dell’orrore strisciante sotto il letto. Anche se sempre incalzata da un collage di respiri, sospiri e sinfonie da carillon che spuntano dal buio, c’è della dolcezza. Nel suo essere sperimentale The Moving Frontier è un disco godibilissimo, ma trasognato e completamente perso in qualche labirinto mentale di ritagli psicoanalitici, autoipnotismo, specchi, omini di fil di ferro, batuffoli d’ovatta sporchi di sangue, corridoi deserti e lenzuola bianche.
Ecco la nuova puntata di “90 Minutes In The Mix”, che potete scaricare qui o ascoltare in streaming attraverso il player qui in basso.
Questa settimana, dopo i 60 minuti missati dal sottoscritto, ospiti dell’ultima mezz’ora sono i profeti nel mondo del suono “deep” italiano, ovvero i Pastaboys.
Vi ricordo anche l’altro podcast, ovvero “I Can Do It In The Mix“, dedicato alle più interessanti novità tra indie-rock, dance e nuovi groove.
Ecco qui sotto la scaletta. Buon ascolto…
“90 Minutes In The Mix” (numero tredici – 28/10/07)
1. Kissogram MY FRIEND IS A SEAHORSE (James Priestley & Dan Berkson’s ‘Barlz e Syntho’ Dub)
2. Booka Shade NUMBERS (Extended vocal mix)
3. Pan-Pot feat. Vincenzo FACES
4. Still Going STILL GOING THEME
5. Kevin Saunderson featuring Inner City TILL WE MEET AGAIN (Carl Craig remix)
6. Justice D.A.N.C.E. (Stuart Price remix)
7. Larry Tee feat. Princess Superstar LICKY (WORK IT OUT) (Hervé remix)
8. Radioclity DIVINE GOSA (Switch remix)
9. Laidback Luke HOUSETRAP (2000 and One remix)
10. Paul Ritch NORDBANHOF
Pastaboys in the mix
11. Gel Abril VERY WRONG (Chaim Mix)
12. doP THE RIOT
13. Le Noir ELENY (Terrace Mix)
14. Edit Select ASPERITY
15. Pastaboys Inspiration SUN DOG Giorgio Valletta
Ciò che gli Undgomskulen paiono volerci comunicare attraverso la biografia reperibile sul loro sito ufficiale è che sono persone indecise. I tre giovani norvegesi che si nascondono dietro questo progetto hanno cambiato nome più volte prima di accordarsi per una scelta definitiva.
Ascoltando il loro primo album, Cry-Baby, la sensazione che ci pervade è la stessa. Non ho potuto fare a meno di immaginare gli Ungdomskulen incatenati in una stanza e sottoposti all’ascolto continuato di svariati dischi, anche molto diversi tra di loro, a volumi mortali. Il loro suono potrebbe riassumersi con il fotogramma in cui vengono liberati dalla prigionia. Cry-Baby è un album in cui ristagna una foga creativa sconclusionata, in cui vegetano rimandi ad un passato non troppo remoto, scomposti e riassemblati fino ad apparire come qualcosa di nuovo e originale. Dopo la prigionia viene l’urgenza creativa e quella che potrebbe sembrare mancanza di riflessione, anche se dubito si tratti realmente di questo. Cry-Baby ci offre della tarda psichedelia particolarmente incalzante e movimentata, che ricorda non poco quella dei norvegesi Motorpsycho, probabili maestri dei conterranei Ungdomskulen. Ma l’atmosfera caotica di cui si parlava è data dall’improbabile commistione di un falsetto pungente che ricorda i Mars Volta con sonorità ed episodi in cui si alternano e si stratificano rimandi ai Plan 9, ai Bloc Party (?) (come in Glory Hole) e ai Queens of the Stone Age appena usciti dall’esperienza Kyuss.
Apprezziamo lo sforzo, che merita di certo un ascolto ragionato.
Ci aspettiamo però che in futuro gli Ungdomskulen ci offrano del materiale meno caotico.
Daniel Buren è un pittore e scultore francese, il segno stilistico distintivo delle sue opere sono le strisce verticali bianche alternate al colore, larghe 8,7 cm: un motivo fabbricato industrialmente. Con questo suo motivo l’artista sottolinea le superfici più varie con una modalità d’intervento pressoché infinita. Buren sviluppa dal 1965 un lavoro tridimensionale e una concezione dell’opera che non è più solo oggetto ma modulazione dello spazio, ha abbandonato la pittura in favore delle installazioni architettoniche. Quasi tutte le sue opere non esistono fuori dal tempo e dallo spazio per i quali sono state concepite: la maggior parte di esse sono dunque state distrutte dopo la loro presentazione. Daniel Buren è stato il pioniere di un’arte realizzata in situ/ex-situ: quindi non solo un lavoro realizzato per un determinato luogo ma anche in quel luogo. Buren ha iniziato ad usare già dagli Anni ‘60 materiali industriali (tessuti prestampati, manifesti, materiali plastici, ecc.), talvolta con interventi cromatici elementari. Dalle strisce verticali colorate, alle più complesse installazioni, come le Cabanes Eclatées, dominante è per l’artista francese l’interesse per l’architettura con cui le sue opere interagiscono ottenendo, ovviamente, risultati diversi in relazione ai diversi luoghi. L’artistamanipola lo spazio ridefinendolo. Crea spazi con settori tra loro complementari, moduli quadrati di materiale plastico affissi alle pareti che formano una struttura di pieni e di vuoti. Telai di alluminio e pannelli di plastica semitrasparente, posti simmetricamente si dilatano sui quattro lati. Il visitatore è destinato a immergersi nelle sue installazioni in modo totalizzante, scoprendo diverse prospettive in base ai percorsi effettuati. — Continua a leggere
Ecco una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa settimana abbiamo finalmente ripreso il consueto collegamento con la redazione di Indiepop.it, una delle nostre webzine italiane preferite, e Salvatore ci ha aggiornato sulle ultime novità, dato che come è noto l’autunno è “la stagione indiepop” per eccellenza.
Poi ha preso il via una nuova rubrica, questa volta a sfondo scientifico. In collegamento dai laboratori di Corso Sempione 50 a Milano, infatti, Max ci ha spiegato il funzionamento del Baustellometro, un sofisticato strumento di misurazione dello stato di salute dell’indie nazionale e non solo.
Durante il resto della puntata, il sottoscritto e La Fagotta sono riusciti a mettere su qualche disco, presentare qualche concerto in agenda, fare qualche brindisi e fondamentalmente a contenere i danni.
Questa la scaletta della serata:
Jens Lekman – You Arms Around Me
Vampire Weekend – Cape Cod Kwassa Kwassa
Collegamento con Salvatore di Indiepop.it
Sambassadeur – Falling in Love
Fanfarlo – Fire Escape
Math and Physics Club – Baby I’m Yours
“Il Baustellometro” di Max
Non Voglio Che Clara – Gli anni dell’università
Settlefish – Summerdrops
Tullycraft – Georgette Plays A Goth
The Clever Square – I Did Not Mean To Fall Asleep While We Were Having Sex
Non avevo forse mai davvero visto Polly Paulusma. D’altra parte, non è mai davvero necessario vedere qualcuno se ciò che realmente occorre e soddisfa è ascoltarlo. Polly era un ritratto appena accennato sulla copertina del bellissimo Scissors in My Pocket e metà viso nell’ultimo Fingers & Thumbs, album in cui quella sua certa esuberanza inglese ha preso una direzione elettrica senza però lasciare indietro gli anni Settanta di Carole King e Joni Mitchell. È entrata insolitamente presto, quando la sala del Circolo degli Artisti era più che vuota. Indossava un vestitino rosso ed era sola. Al centro del palco un tappeto e sul tappeto, a semicerchio, posate le sue tre chitarre — che, si sarebbe scoperto, erano in affitto. Ha iniziato subito, lanciando sguardi rapidi quasi a ciascun membro del poco numeroso pubblico. Per una volta, una volta almeno, anche in un posto come il Circolo si è avuta la giusta intimità. Di quella che non c’è da stare a descrivere a parole, di quella che è inutile parlarne, che non serve, che la fai solo apparire patetica. Polly Paulusma non aveva niente del glamour di molte sue foto promozionali. Vederla così musicalmente nuda l’ha riportata in quella dimensione folk che non solo le spetta di diritto ma che permette anche di apprezzarla al meglio. I brani proposti sono stati scelti dai due album e alternati con cura, con arrangiamenti adatti all’ambiente e all’occasione. One Day, per esempio, è stata eseguita con la sola tastiera e rallentata all’inverosimile, mentre la voce arrivava piena e vellutata come mai l’avremmo immaginata, scandendo ogni singolo verso, accarezzandolo e accompagnandolo verso l’alto come si potrebbe fare con un uccello che viene liberato. Tra le tre chitarre ce n’era una elettrica, per le cose da Fingers & Thumbs, come una meravigliosa Back to the Start con il coro del pubblico. Il meglio però è giunto sempre da Scissors in My Pocket: Mea Culpa su richiesta, She Moves in Secret Ways, tutto il resto. Vederla finire con I Was Made to Love You e un unico bis ha fatto quasi male. Perché era così cantautrice e così mamma, con la figlia e il marito da qualche parte a Roma, le scarpine su cui si alzava in punta di piedi e le sue chitarre in affitto.
“This collection of songs and ambiguous pieces is, like the siren’s cry, an invitation to a voyage”.
Cosi il bassista Alex St-Onge sul nuovo disco dei suoi Feu Thérèse. Il “viaggio” in questione penso si riferisca ad un immaginario viaggio nel tempo in una Berlino post-kraut e pre-punk (1975-77 o giù di lì), dove i Kraftwerk spadroneggiavano con synth e voci vocoderizzate dimostrando che ricerca musicale e pop non erano nemici. Era anche il periodo in cui David Bowie rapiva Brian Eno per farsi produrre i mitologici album berlinesi (Low, Heroes e Lodger). Tutto questo e molto altro – non dimentichiamoci i gruppi post-Neu!, gli Harmonia e i La Dusseldorf – è possibile trovare in Ça Va Corner dei Feu Thérèse che esce per la canadese Constellation.
A dire il vero dopo il debutto omonimo dell’anno scorso non era certo facile aspettarsi cotanta kitsch-eria, tanto i quattro erano concentrati su un serioso avant/post-rock, diretta emanazione delle band di provenienza dei componenti ovvero Fly Pan Am (R.i.p.), Klaxon Gueule e Foodsoon.
Ora nei Feu Thérèse non c’è più posto per le elucubrazioni sonore del recente passato, e allora via libera al gioioso white-funky più voce ammaliatrice dell’opener A nos amours o agli arpeggioni dei sintetizzatori in Visage sous nylon. Con Le bruit du pollen la nuit poi vi sembrerà di essere nella discoteca berlinese di Christiane F. , mentre la romantica e dinoccolata Nada sono certo che farebbe morire d’invidia Blixa Bargeld per non averla scritta lui.
Se poi vi state chiedendo dov’è finita la citata influenza di Bowie/Eno allora ascoltatevi la Titletrack, un autentico tributo a Warszawa, anche se in questo caso sembrano prefigurarsi scenari più ottimistici, grazie a quella sua coda abitata da cori fanciulleschi.
Inizialmente la “time machine” dei Feu Thérèse disorienta, tanto più se eravate fedeli ascoltatori delle produzioni Constellation ai tempi dei Godspeed You! Black Emperor, ma poi nel giro di qualche ascolto ti colpisce e ti porta via nello spazio interstellare, dopo l’aver percorso qualche kilometro attraverso l’autobahn di Florian Schneider e Ralf Hütter.