Le Luci della Centrale Elettrica: Precaria era l’aria
Non molto tempo fa era ancora estate.
Ci crogiolavamo nel tragica assenza di eventi notturni della provincia berica, scalfendo ulteriormente le nostre ferite aperte. Dato che a Vicenza ogni evento è un Evento, una sera il collega mi fece una sopresa e senza dirmi nulla mi condusse presso un paesello della provincia, dove quella sera avrebbe suonato il noto cantautore italico Moltheni.
Quando scoprii che genere di concerto avrei dovuto subire sulle mie carni provai l’irrefrenabile desiderio di schiantarmi contro una voltante della polizia. Non perché io disprezzi Moltheni, semplicemente a volte raggiungo un limite oltre cui la mia depressione cronica non può andare.
Il collega ed io decidemmo comunque di occupare un posto degno e ci mangiammo la cena portata da casa, per evitare l’ira funesta dei nostri genitori.
Dopo un quarto d’ora circa salì sul palco un giovane dalla chioma corvina noto come Le Luci della Centrale Elettrica.
Poggiai fugacemente gli occhi sulle sue terga e il tempo si dileguò. Solo a concerto terminato realizzai che genere di esperienza avevo immagazzinato nel cervello.
Vasco, questo è il suo nome di battesimo, è un raro e pregevole esempio di cantautore marchiato indelebilmente dalla crudezza degli anni zero. I suoi testi, decantati con voce distorta ed accompagnati solamente da una chitarra acustica, trasudano Riforma Biagi ed assolutismo mediatico di Mediaset. Le Luci della Centrale Elettrica è un tentativo di raccontare qualcosa di questo decennio controverso, attraverso occhi giovani e una mente pensante. E’ un dolce e al contempo feroce documento dal potere catartico.
In pochi minuti di ascolto tutti i mali della nostra becera società italica e i piccoli grandi traumi della giovinezza ti passano davanti e, sotto forma di poesia, ti ricordano che sono ancora nascosti nei meandri della tua mente, pronti a riaffiorare e a farti provare un forte senso di sconfitta.
Vedere Vasco mentre suonava i suoi pezzi in uno dei tanti schifosi paesi che popolano le mie terre pianeggianti mi ha fatta sentire meno sola.
La provincia è dentro di noi, ci accompagna per mano ovunque. Ci fa fare figure di merda, ci fa sentire in colpa, ci fa vergognare di noi stessi e non c’è una cura per questo male.
Forse premeditare la fuga. Ma nella melodrammatica attesa non resta che raccontare il proprio mondo, per lasciare una traccia, per consolarsi, per ricordare com’eravamo prima del collasso ambientale, il nostro incubo in atto prediletto.
E la traccia lasciata da Vasco è sublime, ipnotica, completa.
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