Certo, ci vuole fegato. L’ultimo genere che potebbe andare per l’autunno-inverno 2007, signora mia, è la disco-music. Ma con sprezzo del pericolo da un anno ci pensa a riesumarla una big band con un nome della madonna, gli Escort, from Brooklyn. E per gli adoratori della discoball sono un toccasana. Ok, sui grandi numeri già c’erano le Scissor Sisters a flirtare con il genere, ma troppo occupate da lustrini, fama e pailettes hanno perso la trebisonda e sono già bollitissime. Gli Escort, invece: hanno fatto uscire sin qui quattro 12”, il primo è il magnifico Starlight. Poi altri due maxi-singoli per la verità un po’ seduti. L’ultimo, All Through the Night, è un gran ritorno in attesa del disco d’esordio. Loro con la disco non ci flirtano, loro sono la disco. Back to Studio 54: il beat in quattro sulla bocca dello stomaco, le pulite chitarre alla Chic, le cascate di violini, il piano Fender elettrico, le voci lascive di Zena Kitt e Toy sooooo Donna Summer. Ma è troppo per essere vero. Potremmo chiamarla disco-disco. Post-disco. Un manierismo che però ha una sua onestà intellettuale e una consapevole distanza emotiva. Niente sbrodolamenti, niente tentativi furbetti di renderla “cool”. Nessuna macchia di sudore sulle camicie acrilico. Questo è post modernismo, bellezza. E occhio allo straniante remix dei Rapture sulla B-side.
I giorni, le settimane si dileguano.
Noi restiamo a guardarli, impietriti. La nostra vita è innegabilmente caotica, satura. Non abbiamo neanche il tempo per allacciarci le scarpe. Ci angosciamo, cerchiamo di ridurre al minimo li sprechi di tempo.
Poi, senza alcun preavviso, mentre ci muoviamo in mezzo al traffico o corriamo tra le corsie di un supermercato, inciampiamo e ruzzoliamo in un pozzo, che qualche pazzo ha edificato proprio lì, dove non ce l’aspettavamo.
Lì la nostra concezione di tempo si dilata e poco per volta svanisce.
Fissiamo le pietre strizzando gli occhi, perché c’è solo un fascio di luce fioca. His/Hers degli Zelienople, uscito qualche settimana fa per la Type, è quel pozzo. Non l’avevamo notato, ma lui ci è venuto incontro, camuffato nell’edera.
Ci ha accolti nel suo ventre dilatato, ci ha fatto sdraiare sul velluto, per dimenticare la nostra quotidianità.
Ad essa si sono sostituiti fugaci ricordi in bianco e nero, scorci della più remota infanzia, luoghi dimenticati, paure che credevamo di aver rimosso.
I cinque brani che compongono His/Hers sono stati per noi un viaggio ovattato attraverso paesaggi bucolici e periferie degradate. Abbiamo visto deflagrare i palazzi, ci siamo persi ascoltando cigolii di porte lontane, la tenace insistenza dei cimbali.
Fantasmi psichedelici hanno carezzato il dorso delle nostre mani, ci hanno sussurrato frasi incomprensibili all’orecchio. Noi siamo stati ad ascoltarli, ipnotizzati dalla loro voce.
Eravamo il William Blake di Dead Man, accompagnati dall’ombra sonora di Neil Young.
Il grado di profondità percepita in un disco post-rock è spesso inversamente proporzionale all’età del disco, a quella dell’ascoltatore e alla fama della band. Nel caso dei Rothko i primi due parametri acquistano una consistenza praticamente nulla e il terzo suona quasi come un’offesa, considerando che nei loro dieci anni di attività tremendamente produttivi hanno realizzato album di valore come In the Pulse of an Artery o l’ultimo Eleven Stages of Intervention. I Rothko sono una band londinese largamente sottovalutata, la cui discografia consiste di dieci album usciti per quasi altrettante etichette. Nato nel 1997 come trio di soli bassi, prendendo in prestito il cognome del pittore espressionista statunitense Mark Rothko, sempre sotto la guida di Mark Beazley il gruppo si è ampliato e ha variato la propria formazione a seconda delle esigenze. Uscito in aprile per Bip_Hop, Eleven Stages of Intervention dispiega la forza del post-rock nella sua accezione originaria per creare un sound atmosferico di tetra maestà e mesta bellezza. Un intreccio giocato tra bassi e tastiere, con interventi occasionali di percussioni, si allarga in trame tiepide e confortevoli costruite con i suoni del rock, decontestualizzati e stratificati fino a formare un panorama musicale con una nuova unicità, come da manuale. Il risultato è qualcosa di stranamente appropriato ai più cupi dei Murals di Rothko, il pittore, o al suo ultimo periodo: in una marea essenziale di colori scuri si delineano percorsi e portali di commovente intensità, correnti di tonalità che possono curare o uccidere, emozioni e ricordi trasfigurati attraverso la musica o la pittura. Eleven Stages of Intervention è un esempio perfetto dell’ultimo post-rock, pieno di promesse, assaggio di ciò che verrà forse nei prossimi anni. Seppur contemporaneo, rispetto alle modalità ormai trite di quello di Mogwai ed Explosions in the Sky è meno esplosivo e più intimo, toccante, condividendo con il resto delle band che finiscono nel medesimo scaffale appena una certa consistenza timbrica ma prendendo da lì in poi una direzione del tutto differente.
Ecco la nuova puntata di “’Cos I Can Do It In The Mix”, il podcast dedicato alle più interessanti novità tra indie-rock, dance e nuovi groove, di taglio radiofonico ed eclettico musicalmente. Vi segnalo anche l’appuntamento del venerdì con “90 Minutes In The Mix”, cioè il podcast missato, di taglio dance/elettronico.
Qui sotto trovate la scaletta completa. Buon ascolto… – Giorgio Valletta
“’Cos I Can Do It In The Mix” 01. Grand Magneto TAINTED LOVE 02. Dave Gahan KINGDOM 03. Felix Da Housecat LIKE SOMETHING 4 PORNO (radio version) 04. Common feat. Lily Allen DRIVIN’ ME WILD 05. Aesop Rock NONE SHALL PASS 06. Kevin Drew TBTF 07. Black Lips KATRINA 08. Devendra Banhart SEAHORSE 09. Cristina Donà UNIVERSO 10. Underworld CROCODILE 11. Does It Offend You, Yeah LET’S MAKE OUT 12. Principal Participant WONDERFUL 13. The Bumblebeez DR.LOVE 14. Lucky Soul ADD YOUR LIGHT TO MINE, BABY
Riuscite a immaginare un nome più sconsolatamente twee di quello che si sono scelti The Pains of Being Pure at Heart? Io ci perdo la testa già così. Poi fai partire il loro primo singolo, uno di quei giocattolini di cd da tre pollici che pubblica un paio di volte al mese la benemerita Cloudberry Records (ovvio, in edizione limitata), e la rullata e l’accordo che aprono This Love Is Fucking Right ti strozzano un nodo in gola. Jesus & Mary Chain, My Bloody Valentine e Cure: tutti lì. Feedback di chitarre e melodie sognanti, voce femminile e maschile a rincorrersi tra i riverberi dei tamburi pestati.
A tratti vengono in mente anche certe cose acerbe dei Radio Dept. o dei Mixtapes & Cellmates, nomi che del resto annoveravano le medesime influenze.
La biografia di questo trio newyorkese si apre con un’arguta ipotesi: immaginate che i Ramones, in un freddo giorno d’inverno di tanti anni fa, avessero scambiato i propri giubbotti di pelle con gli anorak dei Pastels. E in effetti questa sarebbe una bella istantanea per fotografare le piccole canzoni dei Pains of Being Pure at Heart, dream pop ad alto tasso di rumorosità, perfette per consolarsi dai dolori che sempre comporta mantenersi, oh immancabilmente, puri di cuore.
Ecco la nuova puntata di “90 Minutes In The Mix”. Questa settimana, dopo i 60 minuti missati dal sottoscritto, l’ospite dell’ultima mezz’ora è Riton, tra i più talentuosi dj e produttori della scena inglese, attualmente al lavoro sul terzo album e su un nuovo progetto in studio con i Soulwax. Vi ricordo anche l’altro podcast, ovvero, “I Can Do It In The Mix”, dedicato alle più interessanti novità tra indie-rock, dance e nuovi groove, che torna con un nuovo episodio martedì prossimo.
“90 Minutes In The Mix” 01. Dj Gregory ELLE (Ame remix) 02. Marc Romboy SUNBURST 03. Robytek SUN 04. Shinedoe aka Innersphere PHUNK (Steve Angello remix) 05. Radio Slave SCREAMING HANDS (Wink interpretation) 06. Felix Da Housecat LIKE SOMETHING 4 PORNO (Teenage Bad Girl remix) 07. ZZT LOWER STATE OF CONSCIOUSNESS (Justice remix) 08. Bart B More SO IT GOES 09. The Chemical Brothers feat. Fatlip THE SALMON DANCE (Herve remix) 10. Peter Bjorn & John feat. Victoria Bergsman YOUNG FOLKS (Diplo’s drums of death remix)
Riton in the mix 11. Lord Shabba DONKEY DISCO 12. Giorgio Moroder UTOPIA / ME GIORGIO 13. Telex MOSCOW DISCOW 14. Peter Baumann THE THIRD STATE 15. The House Gang BANGO ACID 16. unknown 17. Slam KILL THE PAIN (Marc Houle mix) 18. Catz N Dogz A CHICKEN AFFAIR 19. Simon Baker PLASTIK 20. Tricky Disco TRICKY DISCO (The Martin Brothers Thizzy Disco remix) 21. Riton SOUND OF THE STUDIO 22. Marcus Intalex RED 7 (John Tejada remix)
Ecco la nuova puntata di “’Cos I Can Do It In The Mix”, il podcast dedicato alle più interessanti novità tra indie-rock, dance e nuovi groove, di taglio radiofonico ed eclettico musicalmente. Vi segnalo anche l’appuntamento del venerdì con “90 Minutes In The Mix”, cioè il podcast missato, di taglio dance/elettronico.
Qui sotto trovate la scaletta completa. Buon ascolto… – Giorgio Valletta
“’Cos I Can Do It In The Mix” 01. Editors AN END HAS A START 02. Foo Fighters THE PRETENDER 03. Spoon THE UNDERDOG 04. Paul Weller & Graham Coxon THIS OLD TOWN 05. Babyshambles DELIVERY 06. Lethal Bizzle POLICE ON MY BACK 07. Malakai THE BATTLE 08. Samim HEATER 09. M.I.A. JIMMY 10. Josè Gonzalez DOWN THE LINE 11. Wahoo DON’T TAKE IT PERSONAL (George Levin edit) 12. Sa-Ra ROSEBUDS 13. Flying Lotus TEA LEAF DANCERS 14. Seventeen Evergreen LUNAR ONE 15. Orbital HALCYON (live)
Il fatto che qualcuno abbia voluto dedicare un intero disco di tributo alle Rough Bunnies è uno di quei piccoli prodigi dell’indiepop che vengono trascurati dal mondo e che possono capitare soltanto in Svezia.
Le Rough Bunnies (magari qualcuno le ha incrociate dal vivo nel loro tour italiano della scorsa estate) sono un duo composto dalle cugine Anna e Frida. Suonano uno sgangherato pop ad alto tasso di bassa fedeltà. Fanno ridere e fanno commuovere. Canzoni che sembrano registrate in garage ma sotto le quali si intuisce schietta poesia. La loro strumentazione è quasi sempre ridotta all’osso: una chitarra (che qualche amico provvede ad accordare per loro), un rullante e un charleston suonati in piedi, qualche maracas e una tastiera giocattolo.
The Fine Arts Showcase invece è il nome d’arte di Gustaf Kjellvander, già membro di Sideshow Bob e Songs of Soil, e che da solista ha firmato un paio di apprezzati album e una manciata di singoli. Le sue influenze dichiarate sono di tutt’altro genere, da David Bowie ai Flaming Lips, dai Jesus & Mary Chain ai Guided By Voices. Eppure, il colpo di fulmine per le “conigliette rudi” è scoccato quando, per una serie di vicissitudini, Gustaf e Frida si sono trovati a dividere un appartamento a Malmö. Le composizioni delle Rough Bunnies, appena abbozzate su un cd-r, sono sempre nel suo cuore e da tempo cercava di decidere quale cover dedicare a loro dentro un suo disco. Una canzone sola però sembrava non bastare. Allora ha cominciato a prendere forma l’idea di un intero album di tributo: quasi come se le Rough Bunnies fossero già dei classici. È nato così The Fine Arts Showcase Sings Rough Bunnies, pubblicato dalla Adrian Recordings. L’album, fra le altre cose, è stato mixato da Norman Blake dei Teenage Funclub.
Risulta un po’ buffo sentire come le scarne composizioni di Anna e Frida vengano qui riempite di cori e arrangiamenti, cantante senza stonare nemmeno una nota, e distese a mostrare tutto il loro potenziale. A volte la copia riesce meglio dell’originale, come per esempio in Red Wine Poet Boy. Altrove, un’eccessiva cura dei dettagli rischia di disperdere l’energia e la grinta che conoscevamo (World of Love). Ma alla fine resta comunque il sorriso per questo omaggio sentimentale a una piccola band che forse non cambierà la storia della musica, ma che riesce a far innamorare tutti quelli che incrociano il suo cammino.
Le avvisaglie del cambiamento che ora stringiamo tra le mani ascoltando il nuovissimo ed assai pregevole Down Below It’s Chaos si erano gi� manifestate nel 2005, quando uscì Alpine Static. Credevamo di aver incasellato definitivamente i Kinski nel filone space rock, ma ci sbagliavamo più che mai. Il nuovo lavoro della band di Seattle è per certi versi disarmante. Il brano d’apertura Crybaby Blowout destrutturò molte aree del nostro cervello, portandoci vicini al collasso cardiaco.
I Kinski di Down Below It’s Chaos sono i Blue Cheer di Vincebus Eruptum quarant’anni dopo, sottoposti ad una massiccia contaminazione kraut e shoegaze.
Delle sonorit� dilatate, tenui, ipnotiche ed intervallate da esplosioni distorte dei primi tempi, quando i Kinski parevano una felice commistione tra Mogwai e Godspeed You! Black Emperor, rimane una reminiscenza sottile, che è quasi una trama invisibile su cui si muove il nuovo album. Down Below It’s Chaos, uscito per la Sub Pop, è una potentissima folata di vento in grado di sollevarti da terra e sbatterti contro un muro sonoro altamente psichedelico.
Ti stordisce non poco il modo in cui il quartetto di Seattle gioca con l’hard rock, mentre cerchi di staccare la faccia dai riverberi, che ricordano mattoni incollati al naso: gli ridanno trionfalmente vita in apertura dell’album, poi lo abbandonano, poi ci ritornano pesantemente.
E’ davvero strano ascoltare un disco del genere nel 2007, specialmente se ti aspettavi del post-rock. Ed è anche per la loro innegabile capacità di stupirci che decretiamo i Kinski Artisti della Settimana.
Siamo al Rock En Seine di Parigi. La line-up include Shins, Arcade Fire, Amy Winehouse, Bjork, MIA, 2 Many DJ’s, Mark Ronson, Mogwai, Jarvis Cocker, Calvin Harris e molti altri. Aggiorniamo live via SMS il nostro nuovo Twitter raccontandovi i dettagli: dall’atmosfera al cibo, dagli outfits agli strumenti sul palco, dalla flora alla fauna. Insomma: non proprio come esserci, ma quasi.