Brano del Giorno: Tunng
A volte mi trovo a pensare al folk come alla struttura di legno di una casa in riva in mare. Gli inquilini si succedono così come le stagioni, e la arredano di volta in volta in maniera diversa, come se ogni strumento fosse un soprammobile, un tavolo, un pezzo d’arredamento qualsiasi. Ed il genere in cui si inseriscono – e contribuiscono a cesellare – siano le pareti, e la carta da parati di cui sono rivestite.
La casa dei londinesi Tunng, per come me la immagino io, ricorda quella celebre canzone che parla del cielo in una stanza. Definire il sound dei due (ormai quasi tre) magnifici album della band come “bucolico” non funziona; il legame ctonio degli Animal Collective è ben lontano, ed il folk infantile del buon selvaggio di Devendra Banhart altrettanto. Sarà perchè ultimamente penso al verde lussureggiante che mi rapisce ed alle radici nella sabbbia, ma il gioco di chitarre e voci applicate all’elettronica dei Tunng ha una qualità diversa, impetuosa: è una sfida alla terra, l’individuo se ne immerge e ne è respinto, affronta il pericolo alla ricerca di un integrazione impossibile. Fuor di metafora, quando la formazione a sei imbraccia giocattoli digitali e corde il risultato è avvolgente e lievemente spaventoso. Anche nella malinconia, anche nel ricordo gentile che è nostalgia, il coro di arrangiamenti si allarga come un mantello che avvolge tutto quel che lo circonda.
Pur celebrando la maestà in-studio dei Tunng, la loro vitalità, il loro essere, appunto (forse era questo che cercavo di dire dall’inizio) una “forza della natura” emerge soprattutto dal vivo. Questa sera i Tunng suoneranno dal vivo a Bologna per la rassegna Julive, nella Piazza Verdi martoriata e bersaglio dell’opinione pubblica bolognese, e so che sarà un concerto impressionante. Il cemento ed i cocci per terra si trasformeranno in cicloni e germogli: se siete in zona, non pensate neppure di mancare.
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