Fondata nell’ormai cronologicamente e stilisticamente lontano 1990 dall’allora studente Jason Swinscoe, la Cinematic Orchestra è una delle band con uno dei nomi più efficaci della storia e una discografia significativa ma di dimensioni estremamente ridotte. Divenuta celebre solo nel ‘99 con quel capolavoro di improvvisazione jazzistica ed elettronica che era Motion, sempre per Ninja Tune la Orchestra è tornata a distanza di cinque anni dall’ultimo album di studio, il sereno Every Day. Quando arriva il torrido periodo estivo mediterraneo, l’unico che ci è concesso, è di una difficoltà estrema porre nella giusta prospettiva un disco che potrebbe essere classificato come post trip-hop. Non che sia mai esistito il trip-hop, nel mondo reale lontano dalle pagine della stampa di settore, ma a quasi venti anni di distanza dagli esordi di quella scena occorre pure caratterizzare in qualche modo quegli arrangiamenti spaziosi, quelle orchestrazioni narrative, quei toni cupi, urbani eppur toccanti e pervasi da una propria compiaciuta drammaticità. Ma Fleur, l’ultimo lavoro della Cinematic Orchestra, ripropone smorzate quelle dinamiche di elettronica e lavoro di gruppo che avevano caratterizzato le uscite precedenti. Ciò che ne rende facile l’ascolto, anche fuori dal Regno Unito, anche lontani da una storia d’amore infranta, è il suo chiudersi in atmosfere quotidiane, in un senso di intimità parigina che a suoni più rarefatti di quelli a cui la Orchestra ci aveva abituati riesce ad accostare il tepore di giochi di luce e lenti paesaggi serali. L’andamento è quello di una colonna sonora, l’accompagnamento per le undici fotografie prive di figure umane bene definite del booklet che nel flusso dell’album si inseriscono come intere scene. Se la prima Cinematic Orchestra era spinta dai ritmi, dai loop di batteria jazz, dal puro impulso creativo di musicisti in grado di creare atmosfere intense senza inutile sentimentalismo, Ma Fleur scorre come una suite di downtempo che si sostiene e prosegue grazie a un’inerzia grigia e pensierosa. Lo stesso suono è diverso da quanto sentito prima d’ora, impregnato di una bellezza che contrariamente alle intenzioni finisce per stordire, di un senso forzato di ordine e pulizia di cui non riesce mai a liberarsi. È un album in cui l’impronta dell’improvvisazione è minore, la chitarra traccia le linee portanti e i grandi spazi diventano quelli interiori. Notevoli i contributi vocali di Fontella Bass, Lou Rhodes e di un sorprendente Patrick Watson, che compare come gemello di Antony in ballate in cui Antony stesso si sarebbe sentito a proprio agio. L’apparente debolezza di Ma Fleur è proprio nella sua purezza assoluta, nella sua monocromaticità, nelle sue proporzioni umane, nel suo far sentire a casa. Se dalla Cinematic Orchestra ci si attendeva un avanzamento verso suoni più difficili di quelli scelti ora da Swinscoe, Ma Fleur può essere un godibilissimo disco autunnale che odora di delusione. Se invece si fa riposare il disco per qualche settimana e con il clima mite di ottobre lo si lascia suonare all’aria aperta, forse si sarà in grado di apprezzarne il potenziale.
Invece no. Nelle fragili e dolci composizioni di Aaron Gerber -artista di Portland già negli A Weather, accompagnato qui da Liz Isenberg e Zoe Wright- non c’è spazio per immagini dell’estate. I bimbi giocano vicino al mare chiusi nei loro cappotti pesanti. Sciarpa e cappellino di lana. Il primo timido sole della mattina si alza a fatica nei riflessi chiari dell’aria fredda mentre un uomo cammina lentamente affondando i passi pesanti nella neve. I rami scuri. I lunghi pomeriggi di pioggia. Il vento. Ecco. L’estate di Six Twilights -CD+DVD uscito a fine giugno su Own Records (Uzi & Ari, Gregor Samsa, Bexar Bexar…)- è piuttosto una notte trascorsa davanti ad un ghiacciaio, bellezza immobile e dolente. Dieci momenti impalpabili e dilatati fatti di rumori incerti e pianoforti e chitarre acustiche appena sfiorate e fruscii ed elettronica minuscola e parole sussurrate e voci morbide smontate e ricomposte e. Piano. Nel silenzio della luna di queste ultime notti di luglio. Nella luce di un ruscello che scivola tra le rocce e le ultime tracce di neve. Ancora. Ad agosto, un attimo prima dell’autunno. Da un’altra parte.
Volendo essere pessimisti, si potrebbe dire che i Gogol Bordello siano una band estremamente disfunzionale. Pur essendo un noto, foltissimo collettivo di saltimbachi/musicisti, a tenere la scena ed il nome è quasi esclusivamente Eugene Hutz, talmente bello e maudit da avere attirato l’attenzione del cinema e della musica mainstream. Non Interpol-mainstream, Madonna-mainstream, visto che lei ha scelto di esibirsi in sua compagnia allo scorso Live Earth.
Non voglio mettere in dubbio che la musica dei Gogol Bordello sia contagiosa. Voglio solo dire che è facile guardare alla band come ad una sorta di tonante opera prima, di cui Hutz sia regista ed attore protagonista. I am The Wonderlust King, come dice il nostro Brano del Giorno (tratto dal nuovo Super Taranta!): re degli zingari, leader di una personale corte dei miracoli che poco o nulla ha del realismo francese e russo a cui il suo alter-ego da palco sembra ispirarsi, la presenza scenica di quei baffi così palesemente sopra il rigo ha portato alla band una valanga di fama. E se volete un opinione, è una fama meritata.
Anche gli artisti, dopo tutto, vanno in vacanza. Ricordatevi che potete controllare qui una rigida ed utile selezione e qui per uno sguardo nel calderone, ma occhio e croce Vitaminic questa settimana non ha granché da segnalare…(september, please come back!)
Amiamo i colli berici, il loro nome in particolar modo. Da piccoli ci facevamo le gite in bicicletta, da adolescenti ci rifugiavamo in solitudine tra le loro tortuose piste ciclabili.
Guardavamo i depositi nucleari statunitensi circondati da filo spinato e le panchine fatte a pezzi, i campi e la Rotonda di Palladio. Qualche nutria ogni tanto.
Ieri sera, dopo mesi di scelte alternative, raggiungemmo le alture ben note di Perarolo. Parcheggiammo su di un prato che ricordava una scarpata e rotolammo verso le luci.
Eravamo in pochi, nonostante le nostre pressioni, le centinaia di sms sparsi per la città.
Per integrarci con la fauna del luogo -signori anziani ubriachi- attendemmo l’inizio del concerto bevendo un caffé corretto.
I Comaneci si rivelarono al pubblico, scarso, ma non troppo, come un qualcosa di totalmente diverso da quello che si è abituati a vedere a Vicenza, alle sagre di paese. A questo si aggiugeva l’idea, non particolarmente felice, di dotare il palco di un fondale su cui, durante l’intera durata dell’esibizione, dei writers dipinsero delle figure di scarsa rilevanza artistica utilizzando delle bombolette spray le cui esalazioni ci stordirono non poco. C’era inoltre un individuo abbigliato alla Elephant Man che per circa un’ora occupò un angolo del palco stando seduto immobile su di una poltrona.
Al di là di questo noi ci limitammo ad amare incondizionatamente i Comaneci.
La loro esibizione fu tenue, ipnotica, emozionante. Catturarono saldamente l’attenzione di chi non li conosceva. Noi, che li seguiamo da un po’, ci perdemmo nelle trame sonore, nelle loro risate.
Doleva però vedere che tante delle persone che ad inizio concerto parevano interessate, dopo quaranta minuti se ne erano già andate, lasciando spazi vuoti sul prato. E’ il rituale della terra berica. Il far deflagrare le piccole conquiste di fronte i tuoi occhi, straziandoti.
Ci tenevamo molto a radunare una piccola folla, per accogliere con calore una band speciale come i Comaneci. Alcuni amici sono venuti, ma non abbiamo riempito neanche due macchine.
Che dire? E’ stato ugualmente bellissimo, il concerto più pregevole in cui mi sia mai imbattuta entro il territorio della mia città.
Ringraziamo dunque i Comaneci con tutta la capienza del nostro cuore, l’organizzazione del Pera Rock che li ha voluti in terra berica e gli amici che sono venuti con noi, anche loro piacevolmente storditi da una simile bellezza concentrata nelle mani di tre persone.
“L’inudibile si fa sentire, e l’impercettibile appare in quanto tale: non più l’uccello cantore, ma la molecola sonora” (Gilles Deleuze/Felix Guattari, Mille piani). From Here We Go Sublime. L’inascoltato si fa altro. Non più Kate Bush o Lionel Richie o i Flamingos (…). Piuttosto minuscoli e apparentemente insignificanti frammenti destrutturati e ricombinati in presa diretta. “The process starts at this moment when I hear there’s a song I want to make something else. And I sample it, looking for bits and pieces in it that I really like and I’m trying to rearrange it. It could go backwards, forwards, sideways, everywhere, you know? (…) That’s probably the whole thing. Then I mix it live. Always”. Un’altra forma. Un altro ritmo. Il suono esclude ogni relazione con il tempo e lo spazio attorno. Steve Reich. Terry Riley. Oval. Wolfang Voigt e le produzioni Mille Plateaux. L’ascolto diventa immersione totale in un ritmo statico e sospeso, fluttuante. Indefinito. From Here We Go Sublime (Kompakt, 2007) -primo attesissimo LP di Axel Willner/The Field- è tensione verso qualcosa che potrebbe non arrivare mai. È fermarsi e ricominciare. È disarticolazione. De-stratificazione, corpo senza organi. Una non-struttura in cui il taglio (cut) e l’errore (glitch) restituiscono attenzione al tessuto della materia sonora. Un lavoro in cui -il taglio e l’errore- diventano intensità. From Here We Go Sublime trova forma nella congiunzione tra differenza e ripetizione, l’incessante reiterazione dei mille dettagli sonori e ogni impercettibile variazione. Le pause. Le inaspettate rivelazioni. La cassa in quattro e le interruzioni improvvise. From Here We Go Sublime è un disco intenso e sospeso. Un disco in cui potersi perdere. Finalmente.
E’ bene dichiararlo a gran voce una volta per tutte: siamo stanchi del ciarpame musicale cosparso di vergognosi sbalzi sonori. Non è divertente ascoltare l’intro di un brano e restare inaspettatamente assordati mentre si è intenti a fare dell’altro.
Mi domando cosa spinga determinate categorie di musicisti ad optare per la deflagrazione sonora sincopata. E’ una scelta politica? Sadismo? Volontà di apparire cattivi ed affascinanti agli occhi dei bimbi? Una band cui proporrei volentieri questa domanda sono gli Enter Shikari, che quest’anno hanno dato alle stampe l’album Take to the Skies e che, per qualche inspiegabile motivo, pare che nelle prossime settimane presiederanno svariati festival europei, tra cui il Rock en Seine.
Innanzitutto mi sconvolge il fatto che siano inglesi e che siano usciti con un disco del genere nel 2007. Sbandierare orgogliosamente un prodotto nu metal con i tempi che corrono è un po’ come ascoltare indie a Vicenza, dove buona parte della popolazione, dopo aver udito questo arcano termine, è solita affermare: “Non mi piace la musica orientale.”
Gli Enter Shikari però non si limitano a questo. Il loro suono è gravido di elementi metallari anni ‘80, di cori animaleschi, digressioni in synth e voci distorte come quelle dei Transformers.
Dire che ricordano in modo sconvolgente i Linkin Park è riduttivo. Il loro è un album che per lo meno può vantare la varietà. Ci sono brani puramente nu metal, un paio di scopiazzature dei Killers, qualche souvenir punkettino à la Sum 41 e ovviamente un felice guazzabuglio di filoni metallari old school.
Ma non sempre la varietà fa bene ai giovani musicisti dediti ad un genere raccappricciante per definizione. I problemi tendono a manifestarsi in maniera evidente quando persino all’interno dello stesso brano pare sussistano cinquecento diverse canzoni.
Se il nu metal nasceva come genere musicale altamente energetico, gli Enter Shikari riescono con incredibile maestria a tramutarlo in una solfa rumorosa ma soporifera.
Il loro è un suono straripante in cui paiono perdersi continuamente, rallentando per dare spazio a frammenti melodici, a loro volta interrotti da urla gutturali, chitarroni e cori molto emo.
Come spiegare una simile entropia? Con ogni probabilità si tratta della loro inesperienza (evidente nella scelta di testi solitamente tipici delle band punkettine più infelici), della volontà di strafare anziché lasciar spazio ad un suono più semplice, pulito, o per lo meno che non paia un sovrapporsi di urla di decine di strumenti diversi.
Ciò non toglie che con ogni probabilità saranno gli Enter Shikari stessi a sconvolgerci in quel di Parigi, con un’esibizione assai coinvolgente, fatta di cori accattivanti e synth danzerecci.
Attendiamo dunque con ansia di attraversare il confine per poter poggiare gli occhi sui questi giovani virgulti, con la speranza di non restare traumatizzati a vita dalle loro urla demoniache.
Ah, quasi dimenticavo: la copertina e il booklet di Take to the Skies sono davvero pregevoli.
E’ passato quasi un anno dalla “metamorfosi” di Vitaminic, che dall’essere un capace sito di mp3-hosting si è gradualmente trasformato nella sua forma attuale, un crocevia piuttosto trafficato tra una webzine ed un blog, che, in maniera certamente ambiziosa e lievemente paradossale, si è proposto di dipingere un quadro il più completo possibile delle uscite pure operando una selezione piuttosto rigida a monte.
La verità, però, è che non abbiamo capito neppure noi, fino in fondo, quello che stiamo facendo. Quella che sempre di più prende la sembianza di una redazione, in realtà, è poco più di un circolo di persone vagamente affini che ascoltano e raccontano quel che ascoltano nella maniera che ritengono più consona, secondo la loro propria sensibilità ed i loro propri parametri. Non possedere un formato di riferimento ci piace. Ma se da un lato questo fortifica l’identità di Vitaminic, dall’altro la indebolisce. E siamo i primi a rendercene conto. E’ molto difficile non cadere nella trappola delle categorie e di solito si paga anche un certo prezzo per non farlo.
Nel settembre 2006 abbiamo fatto un grosso sforzo: ripartire quasi da zero. Abbiamo cercato di spostarci poco a poco fino a raggiungere un qualche possibile baricentro, il punto che ci permetteva di restare in equilibrio anche nel contesto di una evidente anomalia. Come può essere quella in cui versa un marchio tutto sommato corporate che, però – grazie ad un editore fuori dal comune – sceglie di parlare di banducole che per lettori e scrittori hanno un’importanza capitale.
Nel settembre 2007 Vitaminic rinascerà sotto altra forma. Si trasformerà in un organismo ancora più funzionale, e cercherà di rendersi ancora più fruibile ed interattivo per chi legge.
Quanto noi, anche noi stiamo aspettando: mentre luglio e tra poco agosto impazzano fuori e chi è al mare se la gode e chi è ancora sommerso di cemento si lamenta, i dischi sospendono il loro ingresso nel mondo e tutto si ricicla o si riflette, noi continuiamo ad andare avanti a ritmo più lento, all’unisono con la stagione. Valutiamo e ci valutiamo ancora, per chi resta davanti al computer suo malgrado, o per scelta, e per chi tra un bagno e l’altro sbricia questa pagina. After August, September: come cantava qualche tempo fa una delle nostre band italiane del cuore. Non abbiamo fretta, ma non stiamo nella pelle.
C’è un’intera epica di scantinati rimessi a nuovo da sedicenni inglesi, amplificatori trascinati per le scale, chitarrone che a malapena si sanno suonare e pettinature alla moda. In alcuni rari e fortunatissimi casi lungo il proprio percorso di crescita musicale si aggiungono tastiere e beat elettronici, un cantato vario e curato e tendenze progressiste in questioni di rock. I guai iniziano se vivi a Leeds e partendo da Leeds tenti di tracciare un triangolo musicale i cui due altri vertici siano in Bristol e nella California della DJ culture e dell’hip-hop. Gli Stateless sono un quintetto che viene proprio dallo Yorkshire, con EP pubblicati sin dal 2004 ma che solo da poco è uscito per !K7 con il suo primo album, l’omonimo Stateless. Il suono degli Stateless parte da basi ricercate e di qualità, miscelando sconsideratamente un buon cantato tra Chris Martin e Mozez, le atmosfere degli Unkle, un cantautorato pianistico à la Keane e andamenti scialbi, inconcludenti e dimenticabili degni del peggior rock elettronico for the masses. Il loro album ha il luccichio di troppe passate di detergente per vetri e il fare impacciato di un gruppo promettente ma che sembra voglia atrofizzarsi per sfondare nel mainstream. Pensa a un viaggio in auto, in un autunno fatto di freddo urbano e intonaci scrostati, attraverso una terra di nessuno tra gli Athlete e i Radiohead del periodo elettronico, o più propriamente giusto a metà tra dell’emo annacquata e il conservatorismo di chi ha il supporto di DJ Shadow ma non ha ancora appreso il vero valore del turntablism. Restiamo pure distrattamente in attesa di un buon disco degli Stateless, ascoltabile nella sua interezza senza essere afflitto dagli arrangiamenti distruttivi e dall’emotività esasperata di quella che ora è una band di troppe pretese.
La notte della bassa emiliana si tinge di rosa: arriva Pink Sound of the Moon, rassegna interamente al femminile (organizzata da Punk…Not Diet!) che vede alternarsi live acts, dj set, esposizioni fotografiche ed installazioni.
Il programma è molto ricco: si parte questo venerdì 27 luglio con le Midaircondo (non casualmente le nostre Artiste della Settimana) e si prosegue fino ad agosto inoltrato con artiste del calibro della gelida Barbara Morgenstern, la splendida Justine Electra e la “nostra” adorabile FR Luzzi. La location è il Coccobello di Carpi, vicino Modena e per tutte le informazioni potete consultare il bel MySpace dell’evento.
Vitaminic hearts Pink Sound of The Moon.
E naturalmente non mancherà.