Live: Blonde Redhead + Port-Royal @ Villa Ada, Roma 18/06/07
Quando si scrive di eventi musicali di un certo rilievo, di rilievo se non in senso assoluto almeno numericamente parlando, c’è una sorta di silenzioso accordo tra lettore e scrivente: il primo richiede che il secondo glissi su tutte brutture della serata e si concentri invece su ciò che è emozionante condividere, raccontandolo in modo suggestivo. Occorrerebbe quindi soltanto dire che, a due anni di distanza dalla terribile esperienza del Qube, i Blonde Redhead sono tornati a suonare nel potenzialmente meraviglioso scenario di Villa Ada accolti in un abbraccio dai numerosi fan e non. Era un incomprensibile lunedì estivo, tormentato da un caldo monsonico. Il palco era enorme, il prezzo dell’ingresso gonfiato all’ultimo minuto e intollerabile il clamore e la volgarità di banchetti di kebab, pizza al taglio, magliette e circoli ARCI tutto intorno all’area del concerto. Ma non è di questo che si dovrebbe parlare. Perché occorre ignorare il fatto che i Blonde Redhead abbiano suonato all’interno di una sagra paesana e fingersi invece sensibili alla bellezza delle piccole cose. Essere sensibili anche alla bruttezza delle piccole cose non è mai concesso. Ad aprire sono stati i genovesi Port-Royal, in formazione due-su-cinque, senza strumentazione elettrica ma con ampio spazio per l’elettronica. Solo elettronica, in effetti, con iBook e tastiere seminascosti. La scelta, buona sulla carta, si è rivelata fuori luogo. I loro brani lunghi e scarni, seppur leggermente rivisitati e resi più adatti a un pubblico e uno spazio più ampi di quelli consoni al disco, sono stati penalizzati dalla enorme distanza tra il pubblico e il loro entusiasmo, che comunque in parte traspariva, oltre che da una resa acustica che non rendeva giustizia all’intero spettro sonoro. Prive del post-rock crudo, le sonorità ambient dei Port-Royal mancavano di una vera identità. Seppur godibile il loro set era privo di profondità, affidandosi interamente a suoni già sentiti e a quell’anonimato trasversale di chi finisce per unirsi alla massa pur usando strumenti virtuali dalle possibilità infinite.
I tre Blonde Redhead sono apparsi piccoli e soli nel mezzo del grande palco. Il buio che fino a quel momento aveva avvolto palco e pubblico non si è fatto meno opprimente, nonostante i pigri sforzi dell’addetto alle luci. Kazu Makino è arrivata saltellando vestita da PJ Harvey, microscopici shorts e tunica inguinale, quasi accompagnata dalla didascalia oh-i’m-so-sexy. I fratelli Pace, finalmente ben distinguibili ma incanutiti e più torvi del dovuto, hanno preso posizione e hanno iniziato rispettivamente a picchiare con garbo sulla batteria e a schitarrare in supporto di Kazu. La scaletta ha ruotato interamente intorno a Misery Is a Butterfly e all’ultimo 23, con due singole graditissime eccezioni, sebbene perfino In Particular nella sua quasi psichedelia abbia mostrato evidenti segni del recente imborghesimento dei tre — non che il fatto sia disdicevole, si invecchia tutti e finché si continua a fare buona musica si ha tutto il diritto di cambiare strada. Dal pubblico grida di amore e confessioni di attrazione sessuale più o meno genuina rivolte a Kazu alternate a cori sommessi, come quello immancabile che ha accompagnato Falling Man, mentre trovavo il cantato di Amedeo Pace infinitamente meno irritante di quanto lo era diventato per me dopo innumerevoli ascolti di Misery Is a Butterfly. La scaletta ha proposto tutto il meglio dei Blonde Redhead più recenti, partendo con Dr. Stangeluv, passando per 23 e chiudendo il secondo bis, quello che Kazu aveva aperto dicendo che era durato tutto abbastanza, con il piano di Misery Is a Butterfly. Se si esclude una certa piattezza globale e un ricorso eccessivo a basi preregistrate, campionamenti al volo e loop vari, il suono non ha mostrato una sola pecca. I Blonde Redhead si sono dimostrati solidi e hanno proposto un repertorio lungo, articolato e ormai familiare. Non si può che ringraziarli per questo.
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