Ecco la nuova puntata di “90 Minutes In The Mix”. Questa settimana, dopo i 60 minuti missati dal sottoscritto, l’ultima mezz’ora è dedicata al guest mix del duo di casa Riotmaker Scuola Furano. Vi ricordo anche l’altro podcast, ovvero, “I Can Do It In The Mix”, di taglio radiofonico e più eclettico musicalmente, che e’ online tutti i martedì.
“90 Minutes In The Mix” 01. Adultnapper MAXWELL’S DEMON (Alexi Delano rmx) 02. Trickski DRAKKAR 03. Canvas THE CAT 04. Cobblestone Jazz PUT THE LIME IN DA COCONUT 05. Roland Appel DARK SOLDIER 06. Justin Martin GHETTO TRAIN 07. Jeff Samuel FIRE 08. Simian Mobile Disco I BELIEVE (Switch remix) 09. Trevor Loveys ORGAN GRINDER 10. Reel 2 Real I LIKE TO MOVE IT (Scuola Furano edit)
Scuola Furano in the mix 11. Fox N Wolf YOUTH ALCOHOLIC (Etienne de Crecy remix) 12. Muse KNIGHTS OF CYDONIA (Simian Mobile Disco remix) 13. Scuola Furano CHICO 14. Scuola Furano CRY-DA-MAGIC 15. TEPR MINUIT JACUZZI (datA remix) 16. Kissy Sell Out HER (Touché remix) 17. Crookers feat. LaPisa + Bassi LIMONARE (Scuola Furano Bacchetton mix) 18. Armandotronic NYC JAM (Scuola Furano mix)
Ci sono stati momenti in cui, ascoltando il nuovo lavoro dei New Pornographers, avrei voluto scavarmi una fossa per poi giacere nel sottosuolo nel silenzio assoluto. Con sguardo deluso e frasi fin troppo volgari per essere trascritte ne dipinsi i difetti al mio collega insonne, che si rassegnò ben presto, non avendo mai fanatizzato il suo indefinito amore per la band di Vancouver.
Ma per me fu diverso. I New Pornographers hanno sempre occupato un angolino prestigioso in alcuni dei miei mixtape adolescenziali, quelli da regalare alla gente che guardandomi negli occhi deprecava la mia musica preferita etichettandola come “deprimente”.
Non fui dunque in grado di accettare le sensazioni che mi pervadevano le terga ogni qual volta Challengers saturava il mio udito. Lo provai e riprovai fino ad impararlo a memoria.
Fu a quel punto che esso esplose insieme al mio ipod, mentre mi trovavo in stazione a Padova, sfatta ma felice, per motivi miei.
Finalmente Challengers si aprì a 360° di fronte alla mia pochezza mentale, alla mia usuale tendenza a vedere lo schifo ovunque. Da prodotto grigio e vacuo qual’era per me la settimana scorsa, divenne una creatura piumata in technicolor che mi volteggiava attorno, mentre il cielo si rassenerava e il binario si riempiva di fiori e di gente sorridente.
Non mi trovavo più di fronte al meraviglioso power pop isterico dei primi due album o alla perfezione assoluta di Twin Cinema, il disco dei New Pornographers che ho amato di meno, proprio perché inattaccabile, stabile in un Olimpo che da dove mi trovo ora non raggiungerò mai.
Ero invece pervasa da sincera soddisfazione, perché Challengers è malizioso e ponderato allo stesso tempo. E’ un disco frutto del lavoro di un gruppo di adulti dal cuore bimbo, che parla di un’adolescenza troppo rosea per essere vera, fatta di acquisti discografici assurdi e di innocenti fughe da scuola.
Ballabilissimo e carico dell’emotività che ci accompagna ogni singolo giorno, mentre cerchiamo parcheggio o decidiamo che scarpe metterci per non sembrare ridicoli, Challengers sa essere tenue (Adventures in Solitude), deflagrante (All Thing That Go to Make Heaven and Earth) e bowieano (The Spirit of Giving) allo stesso tempo.
Consigliato a chiunque, specialmente al vostro fratellino amante dei Burzum.
Giovani, carini, londinesi, nu-rave, luci al neon, sunglasses oversize… questa l’avete già sentita, immaginiamo. Beh, adesso dovrete risentirla perché We Smoke Fags li peschiamo proprio da questo calderone fatto di Klaxons e compagnia. Electro, cassa dritta e attitudine punk per l’oramai noto effetto dancing pogo(a proposito…), campionamenti e beats di memoria acid house e in più il cantato tremendamente cockney con hooks e ritornelli a presa rapida, un cantato che ricorda un Damon Albarn mai così incavolato. E anche Terry Hall e gli Specials, oseremmo dire. Altrove se ne parla come di una versione 21. secolo di Carter USM o degli EMF di Unbelievable, per chi se li ricorda. Popolarissimi grazie al solito myspace e tuttavia ancora senza etichetta ufficiale, i tre baldi giovanotti sono in tour in Italia e suonano oggi al Wah Wah Club di Mestre e domani al Magnolia a Milano per l’Electric Youth Festival. Li consigliamo, perché, si sa, aldilà di tutto questi hanno appena iniziato e non si sa come andrà a finire (anche i Blur partirono come un onesto gruppo post shoegaze, after all). E come lo fanno gli inglesi questo electro-rock, al giorno d’oggi non lo sa fare nessuno. Giusto? Ad aprire il concerto di Mestre ci saranno i Japanese Apartment, nuova band veneziana tutta da scoprire con il loro umbratile, bombastico shoegazing a base di tappeti di tastiere come usavano i nonni italiani ai tempi del post punk (Weimer Gesang e Death in Venice anyone?).
We Smoke Fags in Italia
29.06.07 Wah Wah Club/TAG, Mestre (Venezia)
30.06.07 Electric Youth Festival@Magnolia, Milano
“Oh no, don’t tell me what comes next/oh no, let me make up the rest”: la adorabile Nedelle Torrisi potrebbe essere seduta in un tendone, davanti alla mano di tarocchi di una cartomante, temporeggiando per raccontarci di come, all’ultimo momento, abbia scelto di non conoscere il suo futuro. Molti di noi si sono innamorati della cantautrice di Oakland – una delle più talentuose della sua generazione – durante il live tour del precedente From The Lion’s Mouth (qualche emiliano vi potrebbe raccontare di quando suonò nel cortile di Tizio, aka Bob Corn, conquistando i presenti senza eccezioni), altri probabilmente la scopriranno adesso che esce The Locksmith Cometh, specie che si tratta di un disco lieve ed intimo che rapisce al primo ascolto. Ed anche se da queste parti siamo dell’idea che di dischi lievi ed intimi degni di attenzione in giro ce ne siano parecchi, potremmo non sbagliarci quando diciamo che, nel loro genere, l’album della nostra Artista della Settimana Taken By Trees e quello di Nedelle siano dei campioni di fascino e naiveté, che, chissà, nel resto dell’anno potrebbero anche restare gloriosamente imbattuti.
Le gamme sonore disponibili ai musicisti sono ormai illimitate, specialmente nella musica elettronica, e negli ultimi anni c’è stato uno sdoganamento totale di qualsiasi possibile influenza stilistica. Diventa perciò estremamente difficile catalogare ciò che si ascolta, sempre che si abbia ancora la reale intenzione di farlo. Resta sempre disponibile la dicitura misc., vero, ma rendersi conto di avere una collezione di dischi miscellanea è probabilmente più un segno di pigrizia tassonomica che di scarso eclettismo. Prendendo a piene mani da quella quantità di materiale vario che costituisce gli album di suoni e musiche di libreria, Andrew Pekler ha da poco pubblicato per Kranky Cue — in inglese attacco, battuta iniziale, ma interpretabile anche come umore, stato d’animo. Pur senza l’intenzione di realizzare un album di maniera o strettamente sperimentale Pekler ha raccolto una quantità di suoni royalty-free, letto le descrizioni associate e realizzato undici composizioni d’ambiente che utilizzassero tavolozze sonore incentrate di volta in volta su quella particolare atmosfera. Ogni traccia è accompagnata da una breve descrizione del tipo di suoni impiegati, del genere: “ambigua atmosfera western che sfocia in una melodia per bambini”, oppure: “complessa modulazione armonica con lunghi toni drammatici”. La conoscenza delle descrizioni è inessenziale perché si possa rimanere affascinati dall’album, così come quella di tutto il background di ricerca e quasi sospetta ricomposizione di materiale sterile, anonimo, polveroso eppur degno secondo Pekler di uno smaccato omaggio.
Andrew Pekler è il nome dietro Bergheim 34 e Sad Rockets. Musicista di origine californiana ma da tempo residente in Germania, affonda le sue radici nel jazz e nello sperimentalismo più vario contaminato dall’elettronica urbana tedesca. Dopo le ottime esperienze con Elliot Levine e Akira Ando, ha terminato lo scorso anno un tour con Jan Jelinek per Kosmischer Pitch. Nella produzione di Pekler ogni disco suona nuovo e diverso, varietà che si rispecchia anche nel numero di etichette per cui ha pubblicato (~scape, Staubgold, Kranky, perfino Matador). Cue, al di là delle premesse, suona tutt’altro che freddo e calcolato. Ogni singola traccia, costruita a partire da un numero esiguo di campioni, si sviluppa in modo organico spiraleggiando con una sua peculiare tensione e ritmicità. La qualità dell’insieme è assai poco elettronica e molto più vintage, con suoni e movimenti essenziali che rendono l’album qualcosa di emerso da un passato non ben definito, un disco sognante e umorale nella sua aridità che al netto di diverse suggestioni posteriori potrebbe risalire ai primi anni Settanta. Nel flusso astratto di elettronica gorgogliante, scheletrico pop elettronico e infinite variazioni di tempo e stratificazioni che crescono con gli ascolti nulla realmente spicca. Si possono citare Vertical Gardens, Rockslide e Contact, ma occorre realmente andare a leggerne i titoli sulla copertina del disco per ricordarli. Cue non si appoggia a nessun solido senso estetico, sembra non avere nulla da dire, si nutre di frammenti fuori contesto eppure suona vivo e stranamente fuori dal tempo. È musica d’ambiente così misteriosa e onirica da essere quasi inadatta a qualsiasi circostanza, interazione e architettura del mondo reale.
Dopo l’ultima puntata della stagione regolare, questa settimana Vi presentiamo il Gran Galà di SecondaVisione 2006/07. Il meglio e il peggio dell’intera stagione cinematografica. Dagli studi di Via Berretta Rossa 61/5 in Bologna da Città del Capo Radio Metropolitana i tre simpatici conduttori – FEDEmc, Francesco Locane e Tommaso Simili – hanno democraticamente scelto ciò che è bene e ciò che è male. Poco altro da aggiungere e anche poca voglia di svelare i premi… (che già ci sono suil nostro blog)
Se poi volete fare l’en plein qui trovate un video di ben 13 minuti girato e montato dal Nostro Daniele Rollo (idolo locale) che ha ripreso e mandato in streaming video tutto l’evento. Il pacco è che si è scoperto che non è vero che il gran galà lo facciamo in smoking.
Per quest’anno Secondavisione finsce qui.
Grazie a tutti quelli che sono passati di qui.
Quest’oggi rendo grazie alla gloriosa Sub Pop. Il motivo? Non aver rinnegato totalmente le proprie marcissime origini di fucina privilegiata del grunge, quel genere musicale fine a sé stesso che amai in modo malato durante la preadolescenza.
Il seme del revivalismo grunge d’oltreoceano sta germogliando. Presto diverrà arbusto, successivamente foresta. Sarà a quel punto che comincerò a piangere e mi pentirò di aver intrapreso la carriera-non-carriera di amante dei Tad, dei Green River e di tutte quelle band che oggi voi considerate insascoltabili e capeggiate da uomini brutti, puzzolenti e sporchi.
Ignoriamo per un attimo i Nirvana e focalizziamosi sul grunge com’era prima della mercificazione.
Esso, nell’anno del Signore 2007, è rintracciabile nelle giovini terga di quattro individui che si fanno chiamare Pissed Jeans, e che occupano di diritto il posto di figliocci dei Melvins. Con il recentissimo Hope for Men, uscito ovviamente per la Sub Pop, questi baldanzosi ragazzi ci fanno dono di un grunge a tratti metallaro, in cui i più sono soliti rintracciare qualche elemento di hardcore à la Black Flag.
Ma ciò che più traspare di quest’album, mentre ne odo le tracce in compagnia del mio collega storicamente ossessionato dal ciarpame di Seattle, è il sistema rumoristico preso a prestito dai Jesus Lizard e quella passione per il suono sabbathiano rallentato fino alla morte tipica dei deprecabili e moralmente nauseabondi Earth.
Pitchfork lo chiama noiserock; ma forse che qualcuno di noi si fida ancora delle recensioni che compaiono quotidianamente entro quel sito così tremendamente indiemainstream?
Ciò che viene prodotto dalle dita e dalle corde vocali dei Pissed Jeans è un oscuro muro di suono, nei cui pressi non ci sentiamo incazzosi e violenti, bensì lacrimevoli e tendenti al suicidio.
Udendo le note brutali di Hope for Men è difficile non ipotizzare la scaturigine di cotanta disperazione. Ascolto l’album e vedo dei giovanissimi Pissed Jeans in gita presso un’impotetica Seattle d’altri tempi, entro il cui territorio questi virgulti rimasero traumatizzati in modo indelebile.
E’ solo un’immagine, ma rende ciò che provo ascoltandoli.
Si tratta insomma di vero e polveroso grunge, sacralizzato dalle recenti recensioni e riprodotto con sufficiente ispirazione troppo tardi, giusto in tempo per alimentare il revival e per impedirvi di inebetire i vostri nipoti dalle All Star tumefatte con un completo lavaggio cervello. Ma rivolgiamoci ora verso chi odorò l’abisso ordinando speranzoso l’album omonimo dei Pond. Vi dirà che i Pissed Jeans sono rivoltanti.
Sta a voi individuare la fonte più attendibile.
Laura Veirs, Emily Haines, Julie Doiron, Dawn Landes, Shannon Wright. Tutte brave, alcune bravissime, altre semplicemente meravigliose. Nessuna di loro, però, è capace di mozzare il mio fiato come Mirah.
Quando uscì C’Mon Miracle era il 2004. Che per me fu un anno piano di sole e fermento, gite sui colli per farsi perdonare qualcosa, cene con gente mai vista, primi esperimenti timidi con un mixer in vetrina. Ed un’Argentina in primo piano che non avevo mai visitato e che mi si materializzava davanti di colpo, quella di Dog of Buenos Aires, forse la più bella canzone di sempre di un autrice di fatto terribilmente legata al clima piovoso del Northwest americano.
Oggi che – a tre anni di distanza – il nuovo Share This Place (in uscita a luglio come sempre per K Records ed a settembre da noi a nome Mirah and the Spectratone International) si infiltra nelle mie orecchie come miele, mi rendo conto che l’impatto della musica di Mirah non soffre delle costrizioni del tempo e dello spazio, nè di quello personale nè di quello impersonale. Gonfio di ritmi mariachi, valzer, fisarmoniche, archi a compensare e prendere il posto della sezione ritmica nella maniera più esotica e grafica possibile, questo nuovo, ruggente album trasforma i miei muri nel patio illuminato di una festa estiva nel cuore di un posto che non saprei cominciare a descrivere.
Posso solo domandarmi, con curiosità ed una certa dose di impazienza, su quali eventi più e meno ordinari del mio anno che viene tutto questo si imprimerà. Perchè c’è qualcosa di più complicato dello scrivere belle canzoni: scrivere belle canzoni che facciano la differenza. Mirah lo sa fare.
Come quella strada sterrata che porta a una spiaggia lontana. Il sole il mare il vento la sabbia addosso il sapore del sale. I piedi nudi. Il profumo del caldo dei primi giorni dell’estate. Come la sera in cui ci eravamo fermati su quegli scogli, con lei. Svegliarsi vicini. E perdersi un attimo dopo, nel vuoto delle cose che non. I don’t know where I’m going/somewhere where the water meets the land/I don’t know why your troubling now/nobody can change who I now am/say no more, I’m gone/and who is emptier than who? (…).Runaways (Remote Control, 2007) -terzo album degli Art Of Fighting- è questo. Melodie sospese e brutali nella loro struggente semplicità. Undici canzoni morbide, luminose. Piene. Come il mare. Chiare e fragili come la sabbia. Fermarsi nel rumore timido delle onde del tardo pomeriggio e scoprire di essere ancora capaci di mettersi seduti ad ascoltare. Soli, davanti alle cose semplici. Una spiaggia nascosta. Undici canzoni.
And I don’t why you/I don’t know where you/I don’t know who you/I don’t know how you/I silently curse you/distance as virtue…
A volte hai la sensazione che quello che l’età adulta ti ha lasciato dell’estate sia soltanto una lista più o meno implicita di luoghi comuni. Ti capita di non provare nessun desiderio verso le due settimane di ferie che farai tra poco più di un mese. L’aria condizionata ha soffiato via l’anticipo di ironia che occorre per i viaggi prenotati, il costume del turista, le conoscenze del sedile accanto, le piantine le cartoline e tutto il resto.
Eppure, sembrano suggerirti le canzoni dei Loves, esisteva un’epoca in cui l’estate era ancora la migliore delle stagioni, la più piena, il cuore di ogni anno, e si viveva fino in fondo ogni spumeggiante momento. Mitici Anni Sessanta: è a loro che, verso la fine del disco, si rivolge l’invocazione “gimme gimme the good times”, quando si era tutti più vivi e arrivavano sempre un sacco di amici e le feste facevano esplodere le stelle.
L’album dei fricchettoni gallesi The Loves si intitola Technicolour, e non è un caso che si riferisca alla tecnica cinematografica artificiosa per eccellenza. L’arcobaleno che dipinge ha tutti i colori rock’n'roll, garage, bubblegum e surf al posto giusto, e al tempo stesso crea un’atmosfera di surreale revival, perfetta per questa estate dissociata. Do you wanna dance? Yeah!
Sopra l’organo tagliente di I My She Love You ci si potrebbe canticchiare Loiue Loiue ballando avvinghiati a qualche minigonna, o magari intonare una spensierata Wild Thing in coro, tutta rimbombi come se i Troggs avessero rapito Phil Spector, ma poi il beat incalza, degenera, finisce in acido, è un cartone animato dei Monkees censurato, sono gli Archies sotto LSD, fa un caldo dannato, arriva il collasso, e quando tutto si spegne, la casa sulla spiaggia è vuota. Arrivederci alla prossima estate.