Verdena: Bonne Nouvelle
Due anni dopo il pregevole album Il Suicidio del Samurai, esce Requiem.
E’ fin da subito contornato da pretenziose recensioni criptiche, spesso teorizzanti contenuti che il disco oggettivamente non ha. C’è chi parla ancora di furore adolescenziale, altri tentano invece di parafrase qualche verso.
Personalmente credo che Requiem non abbia un messaggio specifico. E’ piuttosto uno splendido conduttore di sensazioni sonore. Come Alberto Ferrari ha già dichiarato varie volte, i suoi testi non sono che assemblaggi di sonorità, costruiti come una melodia.
Non ha quindi senso adagiarsi su un’interpretazione di improbabili messaggi insiti in questo disco; è preferibile dedicarsi all’ascolto puro.
Alla base di Requiem, com’è giusto che sia, sono ancora piacevolmente evidenti le influenze musicali della band, fuse in quello che ormai è percepito da tutti come il suono marchiato Verdena. Rispetto alla produzione precedente quest’ultimo si è appesantito, probabilmente grazie all’esperienza del tour all’estero e all’incontro con band come gli Oceansize, che negli ultimi tempi paiono clamorosamente tendenti all’emo.
Insieme alla dipartita pressoché definitiva del tastierista Fidel, che compare sono in Was? e Il Gulliver, è da sottolineare l’intervento di Mauro Pagani in Angie e Trovami un modo semplice per uscirne, i due brani acustici del disco. Quest’ultimo è l’apoteosi della ballata romantica à la Verdena, struggente, quasi da spingerti ad apparentemente immotivate lacrime. E’ in realtà la pressione del suono, complessivamente perfetto, che agisce sull’ascoltatore, privandolo dei suoi abiti, delle certezze musicali, di ogni protezione. La frammentazione del testo è la sublime pugnalata alla schiena che ti svuota, permettendoti di assistere, completamente disarmato, al fluire delle parole, che si insinuano in particolari angoli della coscienza.
Gli intermezzi sperimentali, cui viene lasciato maggior spazio rispetto ai dischi precedenti, non fanno altro che aiutare questo processo. Aha, Opanopono e Iridio (presente solo sulla stampa in vinile) sono estraniante prodotto della mente di Luca, che si avvale di percussioni e synth.
E’ poi doveroso citare la splendida ed energica Muori Delay, il brano in italiano che i Led Zeppelin non hanno mai scritto.
In conclusione confesso che nel mio cuore questo, per il momento, è il miglior album del 2007.
Parlarne ulteriormente sarebbe inutile. Sono solo ciance. Consiglio piuttosto di procurarvene una copia e, citando gli Afterhours, non usate precauzioni, fatevi infettare.
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