Live: Love is all @ Micca Club, Roma 29/05/07
Se un dettaglio dell’insieme location-concerto-serata non si prestava a interpretazioni, malintesi, punti di vista personali, quel dettaglio era la totale inappuntabilità del posto. Il Micca è il genere di club che attrae aggettivi come “esclusivo”, nelle guide e sulle bocche dei Ranzani sedicenni, bocche da cui in un attico a Campo Marzio pende una sigaretta quasi spenta; aggettivi come “non-ti-dico-quant’è-figo”, nei passaparola che muovono mari di frangette e kajal, orde di ragazze yé-yé e stonate magliette dei Sonic Youth indossate da generazioni sbagliate. Le luci soffuse, il vedo-non vedo di colonne e corridoi, gli enormi divani immacolati, l’apoteosi dello struscio serale e le volte di quella che era una enorme cantina esattamente a metà strada tra piazza Vittorio e Porta Maggiore contribuivano a realizzare un’atmosfera patinata. Con tutta l’ambivalenza di quest’ultimo aggettivo. Pur liberi di conservare notevoli riserve sulle dinamiche messe in moto da cotanta facciata, va ammesso che dal lavoro di immagine si può essere francamente impressionati. Anche solo come nome in scaletta i Love is all hanno di poco smorzato quell’aria 60’s, sebbene in simili circostanze è il club a essere il protagonista e la band solo uno degli altri attori, insieme al pubblico dressed to impress e alla selezione pseudorandom del duo di Fish’n'Chips. Nel mezzo del difficoltoso chiacchiericcio generale, inattesi dai più e fin troppo attesi dagli altri, gli svedesi Love is all si sono presentati sul piccolo palco senza formalità né, grazie al cielo, atteggiamenti particolari che permettessero a prima vista di associarli a questo o quel movimento. La frontwoman Josephine affogava in una tunica nera di scena, lo sguardo seminascosto dalla frangetta. Sgambettando fino all’estremità del palco mostrava le tonsille in modo grazioso, cantando, celebrando a modo proprio con il supporto del resto del gruppo la sopravvivenza fino ai giorni nostri di una sorta di ideale punk o post-punk esteso al pop, alle ragazze bionde e alla Scandinavia e fatto di schitarrate fuori tempo e ritmiche che seppur bizzarre non facevano che aumentare la carica del dialogo voce-chitarra-voce-coro. La formazione da quattro, senza il bieco sassofono di Nine Times That Same Song ma con tanta tastiera tagliata con l’accetta, ha dimostrato nel live di saper virare verso lo stile e la più completa ballabilità. Meno lo-fi e più Settanta, da qualcuno che ha studiato a fondo senza limitarsi a ricalcarne i suoni, gioia per le orecchie e per il forzatamente stilosissimo pubblico. Pur proponendo semplicemente quel loro repertorio noto e limitato, i nostri sono apparsi molto più dalle parti degli Yeah Yeah Yeahs che, per citare due nomi, degli Envelopes o dei Tilly and the Wall. Qualcosa è mancato, chiamalo spettacolo se vuoi, o vero movimento in pista o una goccia di passione in più da parte loro. Eppure il clima tutto sommato rilassato e i sorrisi quasi automatici sono riusciti ad allontanare le nuvole di un giorno grigio e tutti i brutti pensieri di una serata altrimenti cupa come un medio martedì di pioggia.
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