In vetrina

The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon (Warner)

Dischi

The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon (Warner)

Ray Banhoff | 9/2/2010

Questa è un’operazione da archeologi, da restauratori, da gente che lavora nella Cappella Sistina su venti centimetri di affresco per dieci anni. — Continua a leggere

Midlake: The Courage Of Others (Bella Union/Self)

Enrico Amendola | 9/2/2010

midlakeAnche per un appassionato di folk-rock come il sottoscritto è difficile districarsi tra le innumerevoli uscite del genere degli ultimi  anni. Impresa improba quella di scovare un disco che si possa collocare sopra la media rispetto a centinaia di album carini ed innocui come una giornata di routine, di quelle di cui ci si dimentica ventiquattro ore dopo. I Midlake hanno avuto il merito di costruirsi uno stile riconoscibile, ondeggiante tra il folk acustico ed arrangiamenti più corposi, sporcati da chitarre elettriche in stile Neil Young. The Trials Of Van Occupanter era un gran disco, che suona bene ancora oggi dopo quasi quattro anni e che conteneva due gemme del calibro di Roscoe e Bandits. The Courage Of Others ne è il degno successore e, anche se non annovera in scaletta nessun brano all’altezza dei succitati diamanti grezzi, ha il pregio di suonare molto bene nel complesso, preferendo la componente acustica a quella elettrica. Necessario dedicargli una manciata di ascolti prima di giudicarlo, proprio per la mancanza di un brano che riesca a rompere immediatamente gli argini, ma una volta rotti gli indugi ciò che resta tra le mani è un disco più che buono. Almeno in questo caso la routine è stata agevolmente sconfitta.

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Altro: Disco (Sangue Disken/La Tempesta/Nano Rec)

Marco Rosella | 8/2/2010

altrodisco

La cover come biglietto da visita: da un parte l’artista emergente (e non) che fa proprio un brano già nelle orecchie del pubblico, dall’altra gli autori originali e la casa discografica che vogliono mirare a scene diverse da quelle in cui il brano stesso è nato.
Senza spingerci lontano (il patriarca dei remix house di U2 e Jamiroquai David Morales, Mark Ronson e gli Easy Star All-Stars per i Radiohead funky e reggae, Paul Anka che ricanta in swing i Nirvana, Trent Reznor dei NIN che non fa altro che distribuire i brani in parti per la maggiore ‘remixabilità’ e quindi diffusione possibile), l’importanza della reintepretazione è riassunta in una bella richiesta dei Giardini di Mirò su FB: “Vogliamo pubblicare un album col vostro aiuto [...] il disco di cui stiamo parlando conterrà delle cover del nostro repertorio registrate da amici, musicisti e varie persone a cui abbiamo proposto di reinterpretare un pezzo, [...] Ci piacerebbe inserire [...] qualche pezzo proveniente da gruppi senza contratto [...] Va bene una qualsiasi rivisitazione di un nostro pezzo, fatelo come vi pare, non ci sono regole o indicazioni particolari, registratelo e spediteci un mp3…”
Un esperimento nostrano di cui possiamo già godere il risultato è Altro Disco, ovvero l’ “Aspetto” della punk band marchigiana liberato dalle fiamme, fatto a fette, rimpastato e cucinato flambé.
Se di derivazioni “dancefloor” si parla, le urla, il basso e le chitarre di Baronciani & Co. sono riassemblate (con qualche eccezione) su un tappeto punk funk: una progressione cassa-rullante crea atmosfere allo stesso tempo ballabili e gradevolmente oscure. Si va dai due accordi ripetuti ossessivamente da Elastic Society in Minuto, al basso incalzante con lead trasportatore di Raniero (Federico), al synth sporco e metallico dei Flowered Milk vs. The Duke (Ramirez), al beat-repeat vocale di NT89 (Ramirez), all’inaspettato assolo french touch di Gentlemen (Altro Punk).
Ma sono altri tre i perfetti interpreti di quella malinconica scarica adrenalinica marchio di fabbrica della band: Cécile (Ramirez), con synth ultrasaturi accompagnati da chitarre filtrate; Dj ColoR (Andrea is Altrove), con pause mirate ed un arpeggio misterioso alla Danger; My Sweet Kalashnikov, con un Quadro A sparato come una sinfonia di cassa dritta e synth assordanti in un genere diretto discendente del punk, la techno hardcore.
E se in un ipotetico secondo volume legato ai nuovi brani, le cover si distaccassero completamente dallo spirito iniziale come negli esempi illustri dell’incipit, arrivando alla tropical house, alla nu-disco, ai soulful beats, a tripudi di cowbell ed alle montagne di coretti? Attendiamo un Altro Disco Ancora…

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Clara Moto: Polyamour (InFiné)

Daniele Giovannini | 8/2/2010

http://www.vitaminic.it/uploads/2010/01/polyamour-250x222.jpgIl taglio della tech house degli anni zero è sottile, tale che vi si vedano attraverso provenienze, ispirazioni, e i nomi dei club che hanno introdotto giovani producer d’oltralpe all’elettronica germanofona. L’età della tech house degli ultimi anni sono i vénti. Il colore un blu metallizzato. E il problema, il problema della techno degli anni zero, è che gli anni zero sono finiti. La DJ austriaca Clara Moto, e l’etichetta franco-tedesca InFiné, fingono spudoratamente di non essersene accorti. Dopo l’obbligatoria sfilata di 12″, Polyamour è il di lei primo album. Avere radici che affondano in profondità nel comunque non profondissimo humus della musica programmata del XXI secolo, però, non intacca certo il piacere dell’ascolto. Un’estetica ormai rétro non è un problema neanche nell’elettronica, se si vive con la freschezza e l’entusiasmo di una Clara Moto cresciuta a colpi di serate minimal, ascoltando Kruder & Dorfmeister, e definendo con pennellate di morbida minimal house tropicale un nuovo eclettico genere di electro da camera. Polyamour è elegante ma privo di qualsiasi rigidità, variegatissimo, ambiguo — soffice e pop nell’occasionale cantato di Mimu, roccioso nelle minimaratone techno. Come nelle relazioni multiple, nella poliamoria del titolo, nell’essere un ethical slut, c’è un glorioso equilibrio tra pace e responsabilità. L’importante è ricordare che le perfette notti techno dei sogni esistono nei sogni e nei sogni soltanto, che molti suoni sono individualistici come le droghe, come il solipsismo delle luci della città viste solo attraverso il proprio riflesso sui vetri degli aeroporti di Berlino, Tokyo e New York. Certa tech house è un animale fotografato nel processo di cambiar pelle. L’immagine non è di pelle morta: è di possibilità in divenire.

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Kim: Mary Lee Doo (Vicious Circle/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/2/2010

r108_kim_12x12cm_72dpiAscoltando alcuni passaggi di Mary Lee Doo torno con la mente ai miei ricordi degli anni ’80, quando alla feste delle medie ci si cimentava nel gioco della bottiglia e il destino (leggasi “sfiga”) regalava il bacio della più bella della classe sempre al mio vicino di gioco. Buona parte del disco di Kim, talentuoso polistrumentista e prolifico cantautore francese, appartiene all’immaginario pop di quell’epoca sempre più lontana. Operazione paracula qunto si vuole, ma confezionata a regola d’arte. Abile nel ripescaggio delle correnti musicali che vanno per la maggiore, il Nostro colleziona una manciata di confetti pop, dolci quanto basta a non far schizzare la glicemia alle stelle. Non è una mera operazione di ripescaggio stilistico, ma una dimostrazione di modernariato cantautorale di grande personalità. Un brano come Lady Blue, ad esempio, col suo incedere funkeggiante ed una melodia appiccicosa come una Big Babol, farebbe la fortuna di tanti. L’andamento jazzato di Weblog Miracle e il soul di Move On ci consegnano un artista capace di rivestire bene qualsiasi ruolo. Kim ha il doppio  del talento della maggior parte dei suoi colleghi, curioso che le luci della ribalta tardino ad arrivare.

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The Mary Onettes: Islands (Labrador)

Nur Al Habash | 4/2/2010

the_mary_onettes-islandsConosco gente che ascoltando questo disco potrebbe bestemmiare dalla rabbia, principalmente gente che negli anni 80 c’era (e non a poppare da una tetta) e si ricorda quello che passava la radio, come suonavano i synth e come si strascicava la voce, ed è ancora abbastanza pignolo da puntualizzarlo.
Quindi, diciamolo dall’inizio e non ci pensiamo più: Islands è un enorme, mastodontico, meraviglioso e precisissimo plagio, tanto che si potrebbe azzardare a dire che i Mary Onettes siano la più brava cover band dei Cure in circolazione.
Ritornelli che sbranano quel poco di sensibilità rimasta, malinconia come ragione di vita, nebbie e architetture di tastiere marchiate a fuoco sul petto, la new wave che fornica col pop della Labrador e nasce un feticcio che nonostante tutto si fa rispettare e amare e cantare.
A fare un voto di sincerità poi, si direbbe che questo disco recita a memoria (nota per nota!) la bibbia degli Shout Out Louds, e si arriverebbe così a un livello di meta-citazioni davvero imbarazzante- i Mary Onettes che copiano gli Shout Out Louds che copiano i Cure.
No dai, basta.
Ascoltate Islands e fate finta che sia ancora il 1985, usciva The Head on The Door ed eravamo ancora tutti felici e contenti.

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Built to Spill: There Is No Enemy (Warner Bros)

Paolo Morelli | 4/2/2010

built_to_spill-there_is_no_enemyChe li si segua da pochi anni o dall’inizio della loro longeva carriera (che ha sempre privilegiato la qualità sulla quantità, con 6 album distribuiti in quindicennio di attività e neanche un passo falso), un nuovo album dei Built to Spill è un evento sulla cui rilevanza non si discute. There Is No Enemy, settimo sigillo nella discografia della band guidata da Doug Martsch, non sfugge alla regola e le sue canzoni ti avvolgono subito come un abbraccio fraterno e rassicurante che da tempo attendevi di ricevere un’altra volta ancora. Non siamo comunque di fronte a una delle prove migliori del gruppo dell’Idaho: There Is No Enemy sconta probabilmente il fatto di venire dopo un album intenso, acido e micidiale come You in Reverse, rispetto al quale i suoi arrangiamenti (dall’uso dei fiati al profluvio di “yeah” nel cantato) trasmettono maggiore rilassatezza e serenità. Un cambiamento di mood che di per sé potrebbe non costituire un difetto (un pezzo come Hindsight è un vero e proprio ricostituente per l’umore da depresso-latente del fan medio della band): solo che alcuni brani (Life’s a Dream, Done) annacquano quelle aperture con cui i nostri riescono sempre a scuoterti in strutture un po’ troppo già sentite o a tratti fastidiose. Questione di sensazioni, sia chiaro, visto che altrove (nella scheggia “flanellosa” Pat, nel consueto numero strappamutande Nowhere Lullaby, nell’altrettanto classica cavalcata chitarristica Good Ol’ Boredom) i Built to Spill ripetono se stessi in modo un po’ più convincente. Tutti questi discorsi comunque finiscono nella spazzatura nel momento in cui, quasi in coda, parte Things Fall Apart, probabilmente la loro ballad più triste e commovente di sempre: un riff acustico che accompagna il lamento di Martsch come un rintocco di campana che sottolinea le amarezze della vita e delle relazioni. Fade out serenità, bentornati Built to Spill.

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Guarda la versione di Oh Yeah da David Letterman

Guarda una versione live di Hindsight

Simon Scott: Nivalis (Secret Furry Hole)

Alex Grotto | 2/2/2010

nivalis_150Che sapore ha un week-end invernale? Facile, quello del tè caldo corretto con qualsiasi distillato alcolico secco che faccia più di trenta gradi. E di che colore è lo stesso week-end invernale? Ancora più facile, grigio con sfumature di bianco dovute alla condensa tiepida sulla finestra appannata. E che rumore fa un week-end invernale quando trascorre, mentre continuiamo a perderci sempre più nell’apatia, resistendo a dentri stretti al letargismo? Semplice, suona esattamente come Nivalis di Simon Scott: un’esperienza alienante nella sua suggestività immediata, come smarrirsi per sedici minuti da soli sul sentiero di casa, ma sul versante sbagliato della montagna. Nivalis esce a distanza di pochi mesi da Navigare, il debutto del genio dell’elettroacustica inglese Simon Scott, che questa volta si affida all’Inverno e alla sapienza di Secret Furry Hole per dimostrare ulteriormente il proprio talento dopo aver condiviso scene e studio insieme al guru Brian Eno, Machinefabriek, Fennesz ed esordienti brillanti (ok, quasi esordienti) come Fever Ray. L’ effetto costante che permea l’intero disco riflette esattamente le sensazioni maturate (e raccontate successivamente) dall’artista durante la registrazione: la neve che scende inesorabile, il disinteresse totale ad uscire a toccare con mano in favore della descrizione sonora della vista oltre la finestra, il magnifico silenzio soffocante dell’Inverno di Cambridge in persona, la pesantezza (campionata al volo) dello spalare la neve appena fuori dalla soglia dello studio finita la tormenta, il tutto mentre la stufa (c’è pure questa campionata) cerca di tenere la temperatura al di sopra dello zero. Come incidere su disco una cartolina, di quelle belle però, non le pacchianate da chiosco abusivo.

Preordina o ascolta un estratto da Nivalis

Playlist

  1. Simon Scott Nivalis (edit)
  2. The Knife Colouring Pigeons
  3. Warpaint Elephants
  4. Avril Lavigne Alice Underground
  5. Bologna Violenta Trapianti Giapponesi
  6. Motorpsycho She Left On The Sun Ship
  7. unòrsominòre. Le notti difficili
  8. The Magnetic Fields You Must Be Out Of Your Mind
  9. R.U.N.I. Il ballo del quaquaraqua
  10. Richard Skelton The Shape Leaves (Early Version)

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